Politecnico di Milano – Seminario della Facoltà di Architettura “Costruire con le regole” – in collaborazione con Assoedilizia 7 maggio 2018

A s s o e d i l i z i a

 

Colombo Clerici al Seminario del Politecnico “Costruire con le regole”

BENE LE NORME STRETTAMENTE NECESSARIE, MEGLIO LA CULTURA

“Ci salveremo con le regole o con la cultura e con la politica che, in fin dei conti, dovrebbe essere l’arte nobile di esercitare, di esprimere la cultura?”

E’ l’interrogativo con il quale Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, ha aperto il proprio intervento “A regola d’arte (le regole e la bellezza)” rivolgendosi agli studenti del Politecnico di Milano-Dipartimento Architettura e Studi Urbani, nel corso del Seminario “Costruire con le regole”. Il Seminario è parte del ciclo di incontri e dibattiti sull’ Urbanistica 2018 in collaborazione con Assoedilizia.
I lavori sono stati condotti da Maria Agostina Cabiddu del Politecnico, organizzatrice dell’incontro: relatori, oltre a Colombo Clerici, Pierluigi Mantini del Politecnico di Milano (Le semplificazioni) e vice presidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa e Alessio Grison, 3Sixty-Group (L’inquadramento normativo del progetto).

Extra panel l’intervento di Alberto Lunghini, presidente di Reddy’s Group.

Il mondo finanziario internazionale – ha proseguito Colombo Clerici – per due terzi vive senza regole: più o meno si tratta degli stessi Paesi che non accettano le regole dei protocolli ambientali. Il mondo immobiliare, sotto la pressione economica, rifiuta quelle che ci sono. Vaste aree di illegalità (malaffare economico, criminalità) sono indifferenti alle regole.

Ma il nostro mondo è invaso dalle regole. In campo immobiliare: per citare, dalla progettazione delle grandi architetture, alle prescrizioni costruttive tipologiche e materiche, al design dei materiali e degli oggetti a corredo della costruzione. E’ tutto un pullulare di regole.

Norme nazionali, regionali, delle comunità montane,  dei parchi, dei consorzi di bonifica ed altri, delle Province,  dei Comuni, delle aree metropolitane; le direttive europee. Qualcuno si è preso la briga di contarle: in campo nazionale sono 246 gli atti nel cui titolo ricorre l’edilizia e 2069 quelli che se ne occupano nel contenuto.  L’urbanistica ricorre nel titolo di 22 leggi o regolamenti e nel testo di 915.  In Lombardia l’edilizia è citata in 201 atti, in Emilia 117. Una vera babele.

Ed in tutti i casi non si tratta di poche essenziali norme, ma si tratta di veri e propri trattati che sviscerano tutto lo scibile ed oltre. La questione è che noi abbiamo alle spalle decenni di leggi che si sono preoccupate delle procedure e non dei risultati. Dei dettagli più che delle finalità.

La domanda conseguente: occorrono più regole od occorre più cultura?

Il discorso delle regole vive tutto il dualismo tra bellezza e funzionalità figlia della razionalità e della economicità. Burocrazia e regole sono figlie della incapacità della politica di governare i processi in atto: la globalizzazione; le trasformazioni sul piano socio-economico rappresentate dai processi di ristrutturazione, di innovazione tecnologica, di terziarizzazione, di finanziarizzazione, di internazionalizzazione).

Regole e burocrazia, dunque, proliferano in assenza di cultura.

La normazione trova quindi la sua ragion d’essere nella necessità di governare l’incultura. Se ci fosse cultura (cultura della bellezza) non ci sarebbe bisogno della normazione.

L’ipertrofia normativa, unita ad una carenza di politica dell’ambiente e del territorio,  trasforma qualsiasi  norma di tutela in un  vincolo. Così, in questi anni, le regole hanno mirato a stabilire le procedure, e non a preordinare il risultato.

Secondo aspetto: regole valide per tutti nei fatti, oserei dire nella sostanza, non solo nella forma.
Non si vuole dire che esistano “due pesi e due misure”. Ma senz’altro, di fatto, siamo di fronte ad un diverso impatto delle norme a seconda del rapporto del destinatario con l’ordinamento italiano. Rispetto allo straniero  le nostre norme impattano in modo diverso di quanto impattino nei confronti della famiglia italiana, del piccolo industriale della Brianza, piuttosto che dell’Ilva di Taranto.

Il permanere di tale condizione provocherà, in difetto di cultura e di politica adeguate, la perdita dei valori legati alla nostra storia e tradizione. Questi saranno sempre più difficilmente difendibili: visto che la proprietà edilizia italiana, sempre in difetto di cultura e di politica, ripeto, temo passerà gradatamente in mani straniere.

D’altronde, il dilagare di archistars straniere è  la conseguenza della committenza straniera e della debolezza della politica nel nostro Paese.
I grandi architetti hanno sempre vissuto all’ombra del potere e di chi gestisce la cosa pubblica.

Oggigiorno i nostri governanti in sé sono molto deboli; non hanno autorevolezza, né vero potere. Come possono imporre i propri architetti?
L’ultima generazione di architetti italiani di una certa consistenza è stata quella degli architetti legati al craxismo.

Da allora i nostri sono rimasti orfani. E si sono imposte le archistars straniere.

Conclusivamente, una nota di ottimismo. Domenica scorsa, l’europeista Mario Monti intervistato da Lucia Annunziata ha osservato: oggi come oggi per far valere l’Italia non resta che passare attraverso l’Europa. Aggiungendo: “Ve lo immaginate come potrebbe misurarsi l’Antitrust italiano con i colossi dell’ high tech internazionali (Amazon, Google, etc)? Il Commissario europeo alla concorrenza (la danese Margrethe Vestager)  sta invece ottenendo dei risultati, sul piano delle fiscalità delle grandi multinazionali, che cominciano a pagare le tasse.”
Confidiamo dunque nell’ Europa. Ma, aggiugiamo noi, in un’Europa un po’ diversa, un po’ meno divisiva.

Maria Agostina Cabiddu con Achille Colombo Clerici

Pierluigi Mantini con Achille Colombo Clerici

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