Archivio per marzo 2009

Assoedilizia: Tavola rotonda “Il piano casa del Governo” – 20 aprile 2009

marzo 26, 2009

Tavola Rotonda

 

IL PIANO CASA DEL GOVERNO

 

Lunedì 20 aprile ore 17,15 Sala Conferenze di Assoedilizia, primo piano di via Meravigli 3, Milano

 

Intervengono

 

Avv. Achille COLOMBO CLERICI, Presidente di Assoedilizia

 

Sen. Mario MANTOVANI, Sottosegretario alle Infrastrutture e all’Edilizia abitativa

 

Dott. Luigi ARBORIO MELLA, Giunta Esecutiva di Assoedilizia

 

Ing. Gianni VERGA, Assessore alla Casa del Comune di Milano

 

Dott. Fabrizio DE PASQUALE, Presidente della Commissione Arredo Urbano del Comune di Milano  

 

Prof. Giampio BRACCHI, Presidente della Fondazione Politecnico

 

Dott. Michele CIBRARIO, Amm.re Delegato Fondi Immobiliari Bnl-Paribas

 

Prof. Arch. Alberico BARBIANO di  BELGIOJOSO, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano

 

Prof. Arch. Paolo CAPUTO,  Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano

 

Dott. Luca SQUERI, Membro del Comitato Direttivo della Camera di Commercio di Milano

 

Coordina

Giornalista Saverio FOSSATI de Il Sole 24 Ore

 

Segreteria: Assoedilizia tel. 0288559202 email segreteria@assoedilizia.mi.it

Comunicazione: Ediemme tel 3487118649 email ediemmesas@fastwebnet.it

 

www.assoedilizia.com

 

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Progetto di legge n. 2105 sul federalismo fiscale – Approvato il 24 marzo 2009 con modificazioni. Trasmesso al Senato

marzo 26, 2009


XVI LEGISLATURA

CANERA DEI DEPUTATI N. 2105

il 22 gennaio 2009 (v. stampato Senato n. 1117)

presentato dal ministro dell’economia e delle finanze

(TREMONTI)

dal ministro per le riforme per il federalismo

(BOSSI)

dal ministro per la semplificazione normativa

(CALDEROLI)

dal ministro per i rapporti con le regioni

(FITTO)

dal ministro per le politiche europee

(RONCHI)

e dal ministro dell’interno

(MARONI)

di concerto con il ministro delle infrastrutture e dei trasporti

(MATTEOLI)

e con il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione

(BRUNETTA)

Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione

Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica

il 23 gennaio 2009

 

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DISEGNO DI LEGGE

Capo I

CONTENUTI E REGOLE DI COORDINAMENTO FINANZIARIO

Art. 1.

(Ambito di intervento).

      1. La presente legge costituisce attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, assicurando autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni e rispettando i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica e da garantire la loro massima responsabilizzazione e l’effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti. A tali fini, la presente legge reca disposizioni volte a stabilire in via esclusiva i princìpi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, a disciplinare l’istituzione ed il funzionamento del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante nonché l’utilizzazione delle risorse aggiuntive e l’effettuazione degli interventi speciali di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione. Disciplina altresì i princìpi generali per l’attribuzione di un proprio patrimonio a comuni, province, città metropolitane e regioni ed il finanziamento di Roma capitale.
      2. Alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano si applicano, in conformità con gli statuti, esclusivamente le disposizioni di cui agli articoli 14, 21 e 25.

Art. 2.

(Oggetto e finalità).

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata

 

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in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi aventi ad oggetto l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, al fine di assicurare, attraverso la definizione dei princìpi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e la definizione della perequazione, l’autonomia finanziaria di comuni, province, città metropolitane e regioni.
      2. Fermi restando gli specifici princìpi e criteri direttivi stabiliti dalle disposizioni di cui agli articoli 5, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 26 e 27, i decreti legislativi di cui al comma 1 del presente articolo sono informati ai seguenti princìpi e criteri direttivi generali:

          a) autonomia di entrata e di spesa e maggiore responsabilizzazione amministrativa, finanziaria e contabile di tutti i livelli di governo;

          b) lealtà istituzionale fra tutti i livelli di governo e concorso di tutte le amministrazioni pubbliche al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica nazionale in coerenza con i vincoli posti dall’Unione europea e dai trattati internazionali;

          c) razionalità e coerenza dei singoli tributi e del sistema tributario nel suo complesso; semplificazione del sistema tributario, riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti, trasparenza del prelievo, efficienza nell’amministrazione dei tributi; rispetto dei princìpi sanciti dallo statuto dei diritti del contribuente di cui alla legge 27 luglio 2000, n. 212;

          d) coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali nell’attività di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale;

          e) attribuzione di risorse autonome ai comuni, alle province, alle città metropolitane e alle regioni, in relazione alle rispettive competenze, secondo il principio di territorialità e nel rispetto del principio di solidarietà e dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza di cui all’articolo 118 della Costituzione; le risorse derivanti dai tributi e dalle entrate proprie di regioni ed enti locali, dalle

 

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compartecipazioni al gettito di tributi erariali e dal fondo perequativo consentono di finanziare integralmente il normale esercizio delle funzioni pubbliche attribuite;

          f) determinazione del costo e del fabbisogno standard quale costo o fabbisogno obiettivo che, valorizzando l’efficienza e l’efficacia, e tenendo conto anche del rapporto tra il numero dei dipendenti dell’ente territoriale e il numero dei residenti, costituisce l’indicatore rispetto al quale comparare e valutare l’azione pubblica nonché gli obiettivi di servizio cui devono tendere le amministrazioni regionali e locali nell’esercizio delle rispettive funzioni;

          g) adozione per le proprie politiche di bilancio da parte di regioni, città metropolitane, province e comuni di regole coerenti con quelle derivanti dall’applicazione del patto di stabilità e crescita;

          h) individuazione dei princìpi fondamentali dell’armonizzazione dei bilanci pubblici, in modo da assicurare la redazione dei bilanci di comuni, province, città metropolitane e regioni in base a criteri predefiniti e uniformi, concordati in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, di seguito denominata «Conferenza unificata», coerenti con quelli che disciplinano la redazione del bilancio dello Stato. La registrazione delle poste di entrata e di spesa nei bilanci dello Stato, delle regioni, delle città metropolitane, delle province e dei comuni deve essere eseguita in forme che consentano di ricondurre tali poste ai criteri rilevanti per l’osservanza del patto di stabilità e crescita;

          i) coerenza con i princìpi di cui all’articolo 53 della Costituzione;

          l) superamento graduale, per tutti i livelli istituzionali, del criterio della spesa storica a favore:

              1) del fabbisogno standard per il finanziamento dei livelli essenziali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera

 

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m), della Costituzione, e delle funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione;

              2) della perequazione della capacità fiscale per le altre funzioni;

          m) rispetto della ripartizione delle competenze legislative fra Stato e regioni in tema di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;

          n) esclusione di ogni doppia imposizione sul medesimo presupposto, salvo le addizionali previste dalla legge statale o regionale;

          o) tendenziale correlazione tra prelievo fiscale e beneficio connesso alle funzioni esercitate sul territorio in modo da favorire la corrispondenza tra responsabilità finanziaria e amministrativa; continenza e responsabilità nell’imposizione di tributi propri;

          p) previsione che la legge regionale possa, con riguardo ai presupposti non assoggettati ad imposizione da parte dello Stato:

              1) istituire tributi regionali e locali;

              2) determinare le variazioni delle aliquote o le agevolazioni che comuni, province e città metropolitane possono applicare nell’esercizio della propria autonomia;

              3) valutare la modulazione delle accise sulla benzina, sul gasolio e sul gas di petrolio liquefatto, utilizzati dai cittadini residenti e dalle imprese con sede legale e operativa nelle regioni interessate dalle concessioni di coltivazione di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 625;

          q) facoltà delle regioni di istituire a favore degli enti locali compartecipazioni al gettito dei tributi e delle compartecipazioni regionali;

          r)  esclusione di interventi sulle basi imponibili e sulle aliquote dei tributi che non siano del proprio livello di governo; ove i predetti interventi siano effettuati

 

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dallo Stato sulle basi imponibili e sulle aliquote riguardanti i tributi degli enti locali e quelli di cui all’articolo 7, comma 1, lettera b), numeri 1) e 2), essi sono possibili solo se prevedono la contestuale adozione di misure per la completa compensazione tramite modifica di aliquota o attribuzione di altri tributi e previa quantificazione finanziaria delle predette misure nella Conferenza di cui all’articolo 5;

          s) previsione di strumenti e meccanismi di accertamento e di riscossione che assicurino modalità efficienti di accreditamento diretto o di riversamento automatico del riscosso agli enti titolari del tributo; previsione che i tributi erariali compartecipati siano integralmente contabilizzati nel bilancio dello Stato;

          t) definizione di modalità che assicurino a ciascun soggetto titolare del tributo l’accesso diretto alle anagrafi e a ogni altra banca dati utile alle attività di gestione tributaria, assicurando il rispetto della normativa a tutela della riservatezza dei dati personali;

          u) premialità dei comportamenti virtuosi ed efficienti nell’esercizio della potestà tributaria, nella gestione finanziaria ed economica e previsione di meccanismi sanzionatori per gli enti che non rispettano gli equilibri economico-finanziari o non assicurano i livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione o l’esercizio delle funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione; previsione delle specifiche modalità attraverso le quali il Governo, nel caso in cui la regione o l’ente locale non assicuri i livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, o l’esercizio delle funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, o qualora gli scostamenti dal patto di convergenza di cui all’articolo 17 della presente legge abbiano caratteristiche permanenti e sistematiche, adotta misure sanzionatorie, fino all’esercizio del potere sostitutivo di

 

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cui all’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, secondo quanto disposto dall’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131, e secondo il principio di responsabilità amministrativa e finanziaria;

          v) previsione che le sanzioni di cui alla lettera u) a carico degli enti inadempienti si applichino anche nel caso di mancato rispetto dei criteri uniformi di redazione dei bilanci, predefiniti ai sensi della lettera h);

          z) garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale nella costituzione di insiemi di tributi e compartecipazioni, da attribuire alle regioni e agli enti locali, la cui composizione sia rappresentata in misura rilevante da tributi manovrabili, con determinazione, per ciascun livello di governo, di un adeguato grado di autonomia di entrata, derivante da tali tributi;

          aa) previsione di una adeguata flessibilità fiscale articolata su più tributi con una base imponibile stabile e distribuita in modo tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale, tale da consentire a tutte le regioni ed enti locali, comprese quelle a più basso potenziale fiscale, di finanziare, attivando le proprie potenzialità, il livello di spesa non riconducibile ai livelli essenziali delle prestazioni e alle funzioni fondamentali degli enti locali;

          bb) trasparenza ed efficienza delle decisioni di entrata e di spesa, rivolte a garantire l’effettiva attuazione dei princìpi di efficacia, efficienza ed economicità di cui all’articolo 5, comma 1, lettera b);

          cc) riduzione della imposizione fiscale statale in misura corrispondente alla più ampia autonomia di entrata di regioni ed enti locali calcolata ad aliquota standard e corrispondente riduzione delle risorse statali umane e strumentali; eliminazione dal bilancio dello Stato delle previsioni di spesa relative al finanziamento delle funzioni attribuite a regioni, province, comuni e città metropolitane, con esclusione dei fondi perequativi e delle

 

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risorse per gli interventi di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione;

          dd) definizione di una disciplina dei tributi locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale;

          ee) territorialità dei tributi regionali e locali e dei gettiti delle compartecipazioni, in conformità a quanto previsto dall’articolo 119 della Costituzione;

          ff) tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e autonomia di gestione delle proprie risorse umane e strumentali da parte del settore pubblico; previsione di strumenti che consentano autonomia ai diversi livelli di governo nella gestione della contrattazione collettiva;

          gg) certezza delle risorse e stabilità tendenziale del quadro di finanziamento, in misura corrispondente alle funzioni attribuite;

          hh) individuazione, in conformità con il diritto comunitario, di forme di fiscalità di sviluppo, con particolare riguardo alla creazione di nuove attività di impresa.

      3. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, del Ministro per le riforme per il federalismo, del Ministro per la semplificazione normativa, del Ministro per i rapporti con le regioni e del Ministro per le politiche europee, di concerto con il Ministro dell’interno, con il Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione e con gli altri Ministri volta a volta competenti nelle materie oggetto di tali decreti. Gli schemi di decreto legislativo, previa intesa da sancire in sede di Conferenza unificata ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono trasmessi alle Camere perché su di essi sia espresso il parere della Commissione di cui all’articolo 3 e delle Commissioni parlamentari competenti per le conseguenze di carattere finanziario, entro sessanta giorni dalla trasmissione. In mancanza di intesa nel termine di cui

 

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all’articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, il Consiglio dei ministri delibera, approvando una relazione che è trasmessa alle Camere. Nella relazione sono indicate le specifiche motivazioni per cui l’intesa non è stata raggiunta.
      4. Decorso il termine per l’espressione dei pareri di cui al comma 3, i decreti possono essere comunque adottati. Il Governo, se non intende conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni, per l’espressione di un nuovo parere da parte delle Commissioni di cui al comma 3. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo. Il Governo, qualora, anche a seguito dell’espressione dei pareri parlamentari, non intenda conformarsi all’intesa raggiunta in Conferenza unificata, trasmette alle Camere e alla stessa Conferenza unificata una relazione nella quale sono indicate le specifiche motivazioni di difformità dall’intesa.
      5. Il Governo assicura, nella predisposizione dei decreti legislativi di cui al comma 1, piena collaborazione con le regioni e gli enti locali, anche al fine di condividere la definizione dei livelli essenziali di assistenza e dei livelli essenziali delle prestazioni e la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard.
      6. Almeno uno dei decreti legislativi di cui al comma 1 è adottato entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. Contestualmente all’adozione del primo schema di decreto legislativo, il Governo trasmette alle Camere, in allegato a tale schema, una relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali ed ipotesi di definizione su base quantitativa della struttura fondamentale dei rapporti finanziari tra lo Stato, le regioni e gli enti locali, con l’indicazione delle possibili distribuzioni delle risorse.
      7. Entro due anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1, possono essere adottati decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive nel rispetto dei princìpi e criteri

 

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direttivi previsti dalla presente legge e con la procedura di cui ai commi 3 e 4.

Art. 3.

(Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale).

      1. È istituita la Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, composta da quindici senatori e da quindici deputati, nominati rispettivamente dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei deputati. La composizione della Commissione deve rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari anche dopo la sua costituzione. La Commissione elegge tra i propri componenti un presidente, due vicepresidenti e due segretari, che formano l’ufficio di presidenza. La Commissione si riunisce per la sua prima seduta entro venti giorni dalla nomina dei suoi componenti, per l’elezione dell’ufficio di presidenza.
      2. La Commissione assicura il raccordo con le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni, avvalendosi a tal fine della consultazione di un Comitato esterno di rappresentanti delle autonomie territoriali, nominato dalla componente rappresentativa delle regioni e degli enti locali nell’ambito della Conferenza unificata. Esso è composto da dodici membri di cui sei in rappresentanza delle regioni, due in rappresentanza delle province e quattro in rappresentanza dei comuni.
      3. La Commissione:

          a) esprime i pareri sugli schemi dei decreti legislativi di cui all’articolo 2;

          b) verifica lo stato di attuazione di quanto previsto dalla presente legge e ne riferisce ogni sei mesi alle Camere fino alla conclusione della fase transitoria di cui agli articoli 19 e 20. A tal fine può ottenere tutte le informazioni necessarie dalla Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale di cui all’articolo 4 o dalla Conferenza permanente

 

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per il coordinamento della finanza pubblica di cui all’articolo 5.

      4. La Commissione può chiedere ai Presidenti delle Camere una proroga di venti giorni per l’espressione del parere, qualora ciò si renda necessario per la complessità della materia o per il numero di schemi trasmessi nello stesso periodo all’esame della Commissione. Con la proroga del termine per l’espressione del parere si intende prorogato di venti giorni anche il termine finale per l’esercizio della delega.
      5. La Commissione è sciolta al termine della fase transitoria di cui agli articoli 19 e 20.

Art. 4.

(Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale).

      1. Al fine di acquisire ed elaborare elementi conoscitivi per la predisposizione dei contenuti dei decreti legislativi di cui all’articolo 2, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è istituita, presso il Ministero dell’economia e delle finanze, una Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, di seguito denominata «Commissione», formata da trenta componenti e composta per metà da rappresentanti tecnici dello Stato e per metà da rappresentanti tecnici degli enti di cui all’articolo 114, secondo comma, della Costituzione. Partecipano alle riunioni della Commissione un rappresentante tecnico della Camera dei deputati e uno del Senato della Repubblica, designati dai rispettivi Presidenti, nonché un rappresentante tecnico delle Assemblee legislative regionali e delle province autonome, designato d’intesa tra di loro nell’ambito della Conferenza dei presidenti dell’Assemblea, dei Consigli regionali e delle province autonome di cui agli articoli 5, 8 e 15 della legge 4 febbraio 2005, n. 11. Gli oneri relativi sono a carico

 

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dei rispettivi soggetti istituzionali rappresentati.
      2. La Commissione è sede di condivisione delle basi informative finanziarie e tributarie, promuove la realizzazione delle rilevazioni e delle attività necessarie per soddisfare gli eventuali ulteriori fabbisogni informativi e svolge attività consultiva per il riordino dell’ordinamento finanziario di comuni, province, città metropolitane e regioni e delle relazioni finanziarie intergovernative. A tale fine, le amministrazioni statali, regionali e locali forniscono i necessari elementi informativi sui dati finanziari e tributari.
      3. La Commissione adotta, nella sua prima seduta, da convocare entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 1, la tempistica e la disciplina procedurale dei propri lavori.
      4. La Commissione opera nell’ambito della Conferenza unificata e svolge le funzioni di segreteria tecnica della Conferenza di cui all’articolo 5 a decorrere dall’istituzione di quest’ultima. Trasmette informazioni e dati alle Camere, su richiesta di ciascuna di esse.

Art. 5.

(Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 prevedono l’istituzione, nell’ambito della Conferenza unificata, della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica come organismo stabile di coordinamento della finanza pubblica, di seguito denominata «Conferenza», di cui fanno parte i rappresentanti dei diversi livelli istituzionali di governo, e ne disciplinano il funzionamento e la composizione, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) la Conferenza concorre alla definizione degli obiettivi di finanza pubblica per comparto, anche in relazione ai livelli di pressione fiscale e di indebitamento; concorre alla definizione delle procedure per accertare eventuali scostamenti dagli

 

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obiettivi di finanza pubblica e promuove l’attivazione degli eventuali interventi necessari per il rispetto di tali obiettivi; verifica la loro attuazione ed efficacia; avanza proposte per la determinazione degli indici di virtuosità e dei relativi incentivi; vigila sull’applicazione dei meccanismi di premialità, sul rispetto dei meccanismi sanzionatori e sul loro funzionamento;

          b) la Conferenza propone criteri per il corretto utilizzo dei fondi perequativi secondo princìpi di efficacia, efficienza e trasparenza e ne verifica l’applicazione;

          c) la Conferenza verifica l’utilizzo dei fondi per gli interventi di cui all’articolo 15;

          d) la Conferenza assicura la verifica periodica del funzionamento del nuovo ordinamento finanziario di comuni, province, città metropolitane e regioni, ivi compresa la congruità di cui all’articolo 10, comma 1, lettera d); assicura altresì la verifica delle relazioni finanziarie tra i livelli diversi di governo e l’adeguatezza delle risorse finanziarie di ciascun livello di governo rispetto alle funzioni svolte, proponendo eventuali modifiche o adeguamenti del sistema;

          e) la Conferenza verifica la congruità dei dati e delle basi informative finanziarie e tributarie, fornite dalle amministrazioni territoriali;

          f) la Conferenza si avvale della Commissione di cui all’articolo 4 quale segreteria tecnica per lo svolgimento delle attività istruttorie e di supporto necessarie; a tali fini, è istituita una banca dati comprendente indicatori di costo, di copertura e di qualità dei servizi, utilizzati per definire i costi e i fabbisogni standard e gli obiettivi di servizio nonché per valutare il grado di raggiungimento degli obiettivi di servizio;

          g) la Conferenza verifica periodicamente la realizzazione del percorso di convergenza ai costi e ai fabbisogni standard e promuove la conciliazione degli interessi tra i diversi livelli di governo

 

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interessati all’attuazione delle norme sul federalismo fiscale, oggetto di confronto e di valutazione congiunta in sede di Conferenza unificata.

      2. Le determinazioni della Conferenza sono trasmesse alle Camere.

Art. 6.

(Compiti della Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria).

    1. All’articolo 2, primo comma, della legge 27 marzo 1976, n. 60, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, nonché il compito di effettuare indagini conoscitive e ricerche sulla gestione dei servizi di accertamento e riscossione dei tributi locali».

Capo II

RAPPORTI FINANZIARI STATO-REGIONI

Art. 7.

(Princìpi e criteri direttivi relativi ai tributi delle regioni e alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 disciplinano i tributi delle regioni, in base ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) le regioni dispongono di tributi e di compartecipazioni al gettito dei tributi erariali in grado di finanziare le spese derivanti dall’esercizio delle funzioni nelle materie che la Costituzione attribuisce alla loro competenza residuale e concorrente;

          b) per tributi delle regioni si intendono:

              1) i tributi propri derivati, istituiti e regolati da leggi statali, il cui gettito è attribuito alle regioni;

 

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              2) le aliquote riservate alle regioni a valere sulle basi imponibili dei tributi erariali;

              3) i tributi propri istituiti dalle regioni con proprie leggi in relazione ai presupposti non già assoggettati ad imposizione erariale;

          c) per una parte dei tributi di cui alla lettera b), numeri 1) e 2), le regioni, con propria legge, possono modificare le aliquote nei limiti massimi di incremento stabiliti dalla legislazione statale; possono altresì disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni, nel rispetto della normativa comunitaria. Sono fatti salvi gli elementi strutturali dei tributi stessi, la coerenza con la struttura di progressività del singolo tributo erariale su cui insiste l’aliquota riservata e la coerenza con il principio di semplificazione e con l’esigenza di standardizzazione necessaria per il corretto funzionamento della perequazione;

          d) le modalità di attribuzione alle regioni del gettito dei tributi regionali istituiti con legge dello Stato e delle compartecipazioni ai tributi erariali sono definite in conformità al principio di territorialità. A tal fine, le suddette modalità devono tenere conto:

              1) del luogo di consumo, per i tributi aventi quale presupposto i consumi; per i servizi, il luogo di consumo può essere identificato nel domicilio del soggetto fruitore finale;

              2) della localizzazione dei cespiti, per i tributi basati sul patrimonio;

              3) del luogo di prestazione del lavoro, per i tributi basati sulla produzione;

              4) della residenza del percettore, per i tributi riferiti ai redditi delle persone fisiche;

              5) delle modalità di coinvolgimento dei diversi livelli istituzionali nell’attività di lotta all’evasione ed all’elusione fiscale;

          e) il gettito dei tributi regionali derivati e le compartecipazioni al gettito dei

 

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tributi erariali sono senza vincolo di destinazione.

Art. 8.

(Princìpi e criteri direttivi sulle modalità di esercizio delle competenze legislative e sui mezzi di finanziamento).

      1. Al fine di adeguare le regole di finanziamento alla diversa natura delle funzioni spettanti alle regioni, nonché al principio di autonomia di entrata e di spesa fissato dall’articolo 119 della Costituzione, i decreti legislativi di cui all’articolo 2 sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) classificazione delle spese connesse a materie di competenza legislativa di cui all’articolo 117, terzo e quarto comma, della Costituzione; tali spese sono:

              1) spese riconducibili al vincolo dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione;

              2) spese non riconducibili al vincolo di cui al numero 1);

              3) spese finanziate con i contributi speciali, con i finanziamenti dell’Unione europea e con i cofinanziamenti nazionali di cui all’articolo 15;

          b) definizione delle modalità per cui le spese riconducibili alla lettera a), numero 1), sono determinate nel rispetto dei costi standard associati ai livelli essenziali delle prestazioni fissati dalla legge statale, da erogare in condizioni di efficienza e di appropriatezza su tutto il territorio nazionale;

          c) definizione delle modalità per cui per la spesa per il trasporto pubblico locale, nella determinazione dell’ammontare del finanziamento, si tiene conto della fornitura di un livello adeguato del servizio su tutto il territorio nazionale nonché dei costi standard; per il trasporto pubblico locale l’attribuzione delle quote del fondo perequativo è subordinata al rispetto

 

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di un livello di servizio minimo, fissato a livello nazionale;

          d) definizione delle modalità per cui le spese di cui alla lettera a), numero 1), sono finanziate con il gettito, valutato ad aliquota e base imponibile uniformi, di tributi regionali da individuare in base al principio di correlazione, della riserva di aliquota sull’imposta sul reddito delle persone fisiche o dell’addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche e della compartecipazione regionale all’IVA nonché con quote specifiche del fondo perequativo, in modo tale da garantire nelle predette condizioni il finanziamento integrale in ciascuna regione; in via transitoria, le spese di cui al primo periodo sono finanziate anche con il gettito dell’IRAP fino alla data della sua sostituzione con altri tributi;

          e) definizione delle modalità per cui le spese di cui alla lettera a), numero 2), sono finanziate con il gettito dei tributi propri e con quote del fondo perequativo di cui all’articolo 9;

          f) tendenziale limitazione dell’utilizzo delle compartecipazioni ai soli casi in cui occorre garantire il finanziamento integrale della spesa;

          g) soppressione dei trasferimenti statali diretti al finanziamento delle spese di cui alla lettera a), numeri 1) e 2);

          h) definizione delle modalità per cui le aliquote dei tributi e delle compartecipazioni destinati al finanziamento delle spese di cui alla lettera a), numero 1), sono determinate al livello minimo assoluto sufficiente ad assicurare il pieno finanziamento del fabbisogno corrispondente ai livelli essenziali delle prestazioni, valutati secondo quanto previsto dalla lettera b), in una sola regione; definizione, altresì, delle modalità per cui al finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni nelle regioni ove il gettito tributario è insufficiente concorrono le quote del fondo perequativo di cui all’articolo 9;

          i) definizione delle modalità per cui l’importo complessivo dei trasferimenti

 

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statali diretti al finanziamento delle spese di cui alla lettera a), numero 2), è sostituito dal gettito derivante dall’aliquota media di equilibrio dell’addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche. Il nuovo valore dell’aliquota deve essere stabilito sul livello sufficiente ad assicurare al complesso delle regioni un ammontare di risorse tale da pareggiare esattamente l’importo complessivo dei trasferimenti soppressi;

          l) definizione delle modalità per cui agli oneri delle funzioni amministrative eventualmente trasferite dallo Stato alle regioni, in attuazione dell’articolo 118 della Costituzione, si provvede con adeguate forme di copertura finanziaria coerenti con i princìpi della presente legge e secondo le modalità di cui all’articolo 7 della legge 5 giugno 2003, n. 131, e successive modificazioni.

      2. Nelle forme in cui le singole regioni daranno seguito all’intesa Stato-regioni sull’istruzione, al relativo finanziamento si provvede secondo quanto previsto dal presente articolo per le spese riconducibili al comma 1, lettera a), numero 1).
      3. Nelle spese di cui al comma 1, lettera a), numero 1), sono comprese quelle per la sanità, l’assistenza e, per quanto riguarda l’istruzione, le spese per i servizi e le prestazioni inerenti all’esercizio del diritto allo studio, nonché per lo svolgimento delle altre funzioni amministrative attribuite alle regioni dalle norme vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.

Art. 9.

(Princìpi e criteri direttivi in ordine alla determinazione dell’entità e del riparto del fondo perequativo a favore delle regioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, in relazione alla determinazione dell’entità e del riparto del fondo perequativo statale di carattere verticale a favore delle regioni, in attuazione degli articoli 117, secondo comma, lettera e), e 119, terzo

 

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comma, della Costituzione, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) istituzione del fondo perequativo a favore delle regioni con minore capacità fiscale per abitante, alimentato dal gettito prodotto da una compartecipazione al gettito dell’IVA assegnata per le spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 1), nonché da una quota del gettito del tributo regionale di cui all’articolo 8, comma 1, lettera i), per le spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 2); le quote del fondo sono assegnate senza vincolo di destinazione;

          b) applicazione del principio di perequazione delle differenze delle capacità fiscali in modo tale da ridurre adeguatamente le differenze tra i territori con diverse capacità fiscali per abitante senza alterarne l’ordine e senza impedirne la modifica nel tempo conseguente all’evoluzione del quadro economico-territoriale;

          c) definizione delle modalità per cui le risorse del fondo devono finanziare:

              1) la differenza tra il fabbisogno finanziario necessario alla copertura delle spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 1), calcolate con le modalità di cui alla lettera b) del medesimo comma 1 dell’articolo 8 e il gettito regionale dei tributi ad esse dedicati, determinato con l’esclusione delle variazioni di gettito prodotte dall’esercizio dell’autonomia tributaria nonché dall’emersione della base imponibile riferibile al concorso regionale nell’attività di recupero fiscale, in modo da assicurare l’integrale copertura delle spese corrispondenti al fabbisogno standard per i livelli essenziali delle prestazioni;

              2) le esigenze finanziarie derivanti dalla lettera e) del presente articolo;

          d) definizione delle modalità per cui la determinazione delle spettanze di ciascuna regione sul fondo perequativo tiene conto delle capacità fiscali da perequare e dei vincoli risultanti dalla legislazione intervenuta in attuazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione,

 

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in modo da assicurare l’integrale copertura delle spese al fabbisogno standard;

          e) è garantita la copertura del differenziale certificato tra i dati previsionali e l’effettivo gettito dei tributi alla regione con riferimento alla quale è stato determinato il livello minimo sufficiente delle aliquote dei tributi ai sensi dell’articolo 8, comma 1, lettere d) e h), tali da assicurare l’integrale finanziamento delle spese per i livelli essenziali delle prestazioni;

          f) definizione delle modalità per cui le quote del fondo perequativo per le spese di parte corrente per il trasporto pubblico locale sono assegnate in modo da ridurre adeguatamente le differenze tra i territori con diverse capacità fiscali per abitante e, per le spese in conto capitale, tenendo conto del fabbisogno standard di cui è assicurata l’integrale copertura;

          g) definizione delle modalità in base alle quali per le spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 2), le quote del fondo perequativo sono assegnate in base ai seguenti criteri:

              1) le regioni con maggiore capacità fiscale, ossia quelle nelle quali il gettito per abitante del tributo regionale di cui all’articolo 8, comma 1, lettera i), supera il gettito medio nazionale per abitante, non ricevono risorse dal fondo;

              2) le regioni con minore capacità fiscale, ossia quelle nelle quali il gettito per abitante del tributo regionale di cui all’articolo 8, comma 1, lettera i), è inferiore al gettito medio nazionale per abitante, partecipano alla ripartizione del fondo perequativo, alimentato da una quota del gettito prodotto nelle altre regioni, in relazione all’obiettivo di ridurre le differenze interregionali di gettito per abitante per il medesimo tributo rispetto al gettito medio nazionale per abitante;

              3) la ripartizione del fondo perequativo tiene conto, per le regioni con popolazione al di sotto di una soglia da individuare con i decreti legislativi di cui all’articolo 2, del fattore della dimensione

 

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demografica in relazione inversa alla dimensione demografica stessa;

          h) definizione delle modalità per cui le quote del fondo perequativo risultanti dalla applicazione della lettera d) sono distintamente indicate nelle assegnazioni annuali. L’indicazione non comporta vincoli di destinazione.

Art. 10.

(Princìpi e criteri direttivi concernenti il finanziamento delle funzioni trasferite alle regioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riferimento al finanziamento delle funzioni trasferite alle regioni, nelle materie di loro competenza legislativa ai sensi dell’articolo 117, terzo e quarto comma, della Costituzione, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) cancellazione dei relativi stanziamenti di spesa, comprensivi dei costi del personale e di funzionamento, nel bilancio dello Stato;

          b) riduzione delle aliquote dei tributi erariali e corrispondente aumento:

              1) per le spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 1), dei tributi di cui all’articolo 7, comma 1, lettera b), numeri 1) e 2);

              2) per le spese di cui all’articolo 8, comma 1, lettera a), numero 2), del tributo regionale di cui all’articolo 8, comma 1, lettera i), fatto salvo quanto previsto dall’articolo 25, comma 4;

          c) aumento dell’aliquota della compartecipazione regionale al gettito dell’IVA destinata ad alimentare il fondo perequativo a favore delle regioni con minore capacità fiscale per abitante ovvero della compartecipazione all’imposta sul reddito delle persone fisiche;

          d) definizione delle modalità secondo le quali si effettua la verifica periodica della congruità dei tributi presi a riferimento per la copertura del fabbisogno

 

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standard di cui all’articolo 8, comma 1, lettera h), sia in termini di gettito sia in termini di correlazione con le funzioni svolte.

Capo III

FINANZA DEGLI ENTI LOCALI

Art. 11.

(Princìpi e criteri direttivi concernenti il finanziamento delle funzioni di comuni, province e città metropolitane).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riguardo al finanziamento delle funzioni di comuni, province e città metropolitane, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) classificazione delle spese relative alle funzioni di comuni, province e città metropolitane, in:

              1) spese riconducibili alle funzioni fondamentali ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, come individuate dalla legislazione statale;

              2) spese relative alle altre funzioni;

              3) spese finanziate con i contributi speciali, con i finanziamenti dell’Unione europea e con i cofinanziamenti nazionali di cui all’articolo 15;

          b) definizione delle modalità per cui il finanziamento delle spese di cui alla lettera a), numero 1), e dei livelli essenziali delle prestazioni eventualmente da esse implicate avviene in modo da garantirne il finanziamento integrale in base al fabbisogno standard ed è assicurato dai tributi propri, da compartecipazioni al gettito di tributi erariali e regionali, da addizionali a tali tributi, la cui manovrabilità è stabilita tenendo conto della dimensione demografica dei comuni per fasce, e dal fondo perequativo;

 

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          c) definizione delle modalità per cui le spese di cui alla lettera a), numero 2), sono finanziate con il gettito dei tributi propri, con compartecipazioni al gettito di tributi e con il fondo perequativo basato sulla capacità fiscale per abitante;

          d) definizione delle modalità per tenere conto del trasferimento di ulteriori funzioni ai comuni, alle province e alle città metropolitane ai sensi dell’articolo 118 della Costituzione e secondo le modalità di cui all’articolo 7 della legge 5 giugno 2003, n. 131, al fine di assicurare, per il complesso degli enti, l’integrale finanziamento di tali funzioni, ove non si sia provveduto contestualmente al finanziamento ed al trasferimento;

          e) soppressione dei trasferimenti statali e regionali diretti al finanziamento delle spese di cui alla lettera a), numeri 1) e 2), ad eccezione degli stanziamenti destinati ai fondi perequativi ai sensi dell’articolo 13;

          f) il gettito delle compartecipazioni a tributi erariali e regionali è senza vincolo di destinazione;

          g) valutazione dell’adeguatezza delle dimensioni demografiche e territoriali degli enti locali per l’ottimale svolgimento delle rispettive funzioni e salvaguardia delle peculiarità territoriali, con particolare riferimento alla specificità dei piccoli comuni, anche con riguardo alle loro forme associative, dei territori montani e delle isole minori.

Art. 12.

(Princìpi e criteri direttivi concernenti il coordinamento e l’autonomia di entrata e di spesa degli enti locali).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riferimento al coordinamento ed all’autonomia di entrata e di spesa degli enti locali, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) la legge statale individua i tributi propri dei comuni e delle province, anche

 

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in sostituzione o trasformazione di tributi già esistenti e anche attraverso l’attribuzione agli stessi comuni e province di tributi o parti di tributi già erariali; ne definisce presupposti, soggetti passivi e basi imponibili; stabilisce, garantendo una adeguata flessibilità, le aliquote di riferimento valide per tutto il territorio nazionale;

          b) definizione delle modalità secondo cui le spese dei comuni relative alle funzioni fondamentali di cui all’articolo 11, comma 1, lettera a), numero 1), sono prioritariamente finanziate da una o più delle seguenti fonti: dal gettito derivante da una compartecipazione all’IVA, dal gettito derivante da una compartecipazione all’imposta sul reddito delle persone fisiche, dalla imposizione immobiliare, con esclusione della tassazione patrimoniale sull’unità immobiliare adibita ad abitazione principale del soggetto passivo secondo quanto previsto dalla legislazione vigente alla data di entrata in vigore della presente legge in materia di imposta comunale sugli immobili, ai sensi dell’articolo 1 del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126;

          c) definizione delle modalità secondo cui le spese delle province relative alle funzioni fondamentali di cui all’articolo 11, comma 1, lettera a), numero 1), sono prioritariamente finanziate dal gettito derivante da tributi il cui presupposto è connesso al trasporto su gomma e dalla compartecipazione ad un tributo erariale;

          d) disciplina di uno o più tributi propri comunali che, valorizzando l’autonomia tributaria, attribuisca all’ente la facoltà di applicazione in riferimento a particolari scopi quali la realizzazione di opere pubbliche ovvero il finanziamento degli oneri derivanti da eventi particolari quali flussi turistici e mobilità urbana;

          e) disciplina di uno o più tributi propri provinciali che, valorizzando l’autonomia tributaria, attribuisca all’ente la facoltà di applicazione in riferimento a particolari scopi istituzionali;

 

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          f) previsione di forme premiali per favorire unioni e fusioni tra comuni, anche attraverso l’incremento dell’autonomia impositiva o maggiori aliquote di compartecipazione ai tributi erariali;

          g) previsione che le regioni, nell’ambito dei propri poteri legislativi in materia tributaria, possano istituire nuovi tributi dei comuni, delle province e delle città metropolitane nel proprio territorio, specificando gli ambiti di autonomia riconosciuti agli enti locali;

          h) previsione che gli enti locali, entro i limiti fissati dalle leggi, possano disporre del potere di modificare le aliquote dei tributi loro attribuiti da tali leggi e di introdurre agevolazioni;

          i) previsione che gli enti locali, nel rispetto delle normative di settore e delle delibere delle autorità di vigilanza, dispongano di piena autonomia nella fissazione delle tariffe per prestazioni o servizi offerti anche su richiesta di singoli cittadini;

          l) previsione che la legge statale, nell’ambito della premialità ai comuni virtuosi, in sede di individuazione dei princìpi di coordinamento della finanza pubblica riconducibili al rispetto del patto di stabilità e crescita, non possa imporre vincoli alle politiche di bilancio degli enti locali per ciò che concerne la spesa in conto capitale.

Art. 13.

(Princìpi e criteri direttivi concernenti l’entità e il riparto dei fondi perequativi per gli enti locali).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riferimento all’entità e al riparto dei fondi perequativi per gli enti locali, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) istituzione nel bilancio delle regioni di due fondi, uno a favore dei comuni, l’altro a favore delle province e delle città metropolitane, alimentati da un fondo perequativo dello Stato con indicazione

 

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separata degli stanziamenti per le diverse tipologie di enti, a titolo di concorso per il finanziamento delle funzioni da loro svolte; la dimensione del fondo è determinata, per ciascun livello di governo, con riguardo all’esercizio delle funzioni fondamentali, in misura uguale alla differenza tra il totale dei fabbisogni standard per le medesime funzioni e il totale delle entrate standardizzate di applicazione generale spettanti ai comuni e alle province ai sensi dell’articolo 12, con esclusione dei tributi di cui al comma 1, lettere d) ed e), del medesimo articolo e dei contributi di cui all’articolo 15, tenendo conto dei princìpi previsti dall’articolo 2, comma 2, lettera l), numeri 1) e 2), relativamente al superamento del criterio della spesa storica;

          b) definizione delle modalità con cui viene periodicamente aggiornata l’entità dei fondi di cui alla lettera a) e sono ridefinite le relative fonti di finanziamento;

          c) la ripartizione del fondo perequativo tra i singoli enti, per la parte afferente alle funzioni fondamentali di cui all’articolo 11, comma 1, lettera a), numero 1), avviene in base a:

              1) un indicatore di fabbisogno finanziario calcolato come differenza tra il valore standardizzato della spesa corrente al netto degli interessi e il valore standardizzato del gettito dei tributi ed entrate proprie di applicazione generale;

              2) indicatori di fabbisogno di infrastrutture, in coerenza con la programmazione regionale di settore, per il finanziamento della spesa in conto capitale; tali indicatori tengono conto dell’entità dei finanziamenti dell’Unione europea di carattere infrastrutturale ricevuti dagli enti locali e del vincolo di addizionalità cui questi sono soggetti;

          d) definizione delle modalità per cui la spesa corrente standardizzata è computata ai fini di cui alla lettera c) sulla base di una quota uniforme per abitante, corretta per tenere conto della diversità

 

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della spesa in relazione all’ampiezza demografica, alle caratteristiche territoriali, con particolare riferimento alla presenza di zone montane, alle caratteristiche demografiche, sociali e produttive dei diversi enti. Il peso delle caratteristiche individuali dei singoli enti nella determinazione del fabbisogno è determinato con tecniche statistiche, utilizzando i dati di spesa storica dei singoli enti, tenendo conto anche della spesa relativa a servizi esternalizzati o svolti in forma associata;

          e) definizione delle modalità per cui le entrate considerate ai fini della standardizzazione per la ripartizione del fondo perequativo tra i singoli enti sono rappresentate dai tributi propri valutati ad aliquota standard;

          f) definizione delle modalità in base alle quali, per le spese relative all’esercizio delle funzioni diverse da quelle fondamentali, il fondo perequativo per i comuni e quello per le province sono diretti a ridurre le differenze tra le capacità fiscali, tenendo conto, per gli enti con popolazione al di sotto di una soglia da individuare con i decreti legislativi di cui all’articolo 2, del fattore della dimensione demografica in relazione inversa alla dimensione demografica stessa e della loro partecipazione a forme associative;

          g) definizione delle modalità per cui le regioni, sulla base di criteri stabiliti con accordi sanciti in sede di Conferenza unificata, e previa intesa con gli enti locali, possono, avendo come riferimento il complesso delle risorse assegnate dallo Stato a titolo di fondo perequativo ai comuni e alle province inclusi nel territorio regionale, procedere a proprie valutazioni della spesa corrente standardizzata, sulla base dei criteri di cui alla lettera d), e delle entrate standardizzate, nonché a stime autonome dei fabbisogni di infrastrutture; in tal caso il riparto delle predette risorse è effettuato sulla base dei parametri definiti con le modalità di cui alla presente lettera;

          h) i fondi ricevuti dalle regioni a titolo di fondo perequativo per i comuni e

 

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per le province del territorio sono trasferiti dalla regione agli enti di competenza entro venti giorni dal loro ricevimento. Le regioni, qualora non provvedano entro tale termine alla ridefinizione della spesa standardizzata e delle entrate standardizzate, e di conseguenza delle quote del fondo perequativo di competenza dei singoli enti locali secondo le modalità previste dalla lettera g), applicano comunque i criteri di riparto del fondo stabiliti dai decreti legislativi di cui all’articolo 2 della presente legge. La eventuale ridefinizione della spesa standardizzata e delle entrate standardizzate non può comportare ritardi nell’assegnazione delle risorse perequative agli enti locali. Nel caso in cui la regione non ottemperi alle disposizioni di cui alla presente lettera, lo Stato esercita il potere sostitutivo di cui all’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, in base alle disposizioni di cui all’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.

Capo IV

FINANZIAMENTO DELLE CITTÀ METROPOLITANE

Art. 14.

(Finanziamento delle città metropolitane).

      1. Con specifico decreto legislativo, adottato in base all’articolo 2, è assicurato il finanziamento delle funzioni delle città metropolitane, anche attraverso l’attribuzione di specifici tributi, in modo da garantire loro una più ampia autonomia di entrata e di spesa in misura corrispondente alla complessità delle medesime funzioni. Il medesimo decreto legislativo assegna alle città metropolitane tributi ed entrate proprie, anche diverse da quelle assegnate ai comuni, nonché disciplina la facoltà delle città metropolitane di applicare tributi in relazione al finanziamento delle spese riconducibili all’esercizio delle loro funzioni fondamentali, fermo restando

 

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quanto previsto dall’articolo 12, comma 1, lettera d).

Capo V

INTERVENTI SPECIALI

Art. 15.

(Interventi di cui al quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riferimento all’attuazione dell’articolo 119, quinto comma, della Costituzione, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) definizione delle modalità in base alle quali gli interventi finalizzati agli obiettivi di cui al quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione sono finanziati con contributi speciali dal bilancio dello Stato, con i finanziamenti dell’Unione europea e con i cofinanziamenti nazionali, secondo il metodo della programmazione pluriennale. I finanziamenti dell’Unione europea non possono essere sostitutivi dei contributi speciali dello Stato;

          b) confluenza dei contributi speciali dal bilancio dello Stato, mantenendo le proprie finalizzazioni, in appositi fondi destinati ai comuni, alle province, alle città metropolitane e alle regioni;

          c) considerazione delle specifiche realtà territoriali, con particolare riguardo alla realtà socio-economica, al deficit infrastrutturale, ai diritti della persona, alla collocazione geografica degli enti, alla loro prossimità al confine con altri Stati o con regioni a statuto speciale, ai territori montani e alle isole minori;

          d) individuazione di interventi diretti a promuovere lo sviluppo economico, la coesione delle aree sottoutilizzate del Paese e la solidarietà sociale, a rimuovere gli squilibri economici e sociali e a favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona;

 

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          e) definizione delle modalità per cui gli obiettivi e i criteri di utilizzazione delle risorse stanziate dallo Stato ai sensi del presente articolo sono oggetto di intesa in sede di Conferenza unificata e disciplinati con i provvedimenti annuali che determinano la manovra finanziaria. L’entità delle risorse è determinata dai medesimi provvedimenti.

Capo VI

COORDINAMENTO DEI DIVERSI LIVELLI DI GOVERNO

Art. 16.

(Coordinamento e disciplina fiscale dei diversi livelli di governo).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riguardo al coordinamento e alla disciplina fiscale dei diversi livelli di governo, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) garanzia della trasparenza delle diverse capacità fiscali e delle risorse complessive per abitante prima e dopo la perequazione, in modo da salvaguardare il principio dell’ordine della graduatoria delle capacità fiscali e la sua eventuale modifica a seguito dell’evoluzione del quadro economico territoriale;

          b) rispetto degli obiettivi del conto consuntivo, sia in termini di competenza sia di cassa, per il concorso all’osservanza del patto di stabilità per ciascuna regione e ciascun ente locale; determinazione dei parametri fondamentali sulla base dei quali è valutata la virtuosità dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni, anche in relazione ai meccanismi premiali o sanzionatori dell’autonomia finanziaria;

          c) assicurazione degli obiettivi sui saldi di finanza pubblica da parte delle regioni che possono adattare, previa concertazione con gli enti locali ricadenti nel

 

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proprio territorio regionale, le regole e i vincoli posti dal legislatore nazionale, differenziando le regole di evoluzione dei flussi finanziari dei singoli enti in relazione alla diversità delle situazioni finanziarie esistenti nelle diverse regioni;

          d) individuazione di indicatori di efficienza e di adeguatezza atti a garantire adeguati livelli qualitativi dei servizi resi da parte di regioni ed enti locali;

          e) introduzione di un sistema premiante nei confronti degli enti che assicurano elevata qualità dei servizi e livello della pressione fiscale inferiore alla media degli altri enti del proprio livello di governo a parità di servizi offerti, ovvero degli enti che garantiscono il rispetto di quanto previsto dalla presente legge e partecipano a progetti strategici mediante l’assunzione di oneri e di impegni nell’interesse della collettività nazionale, ivi compresi quelli di carattere ambientale, ovvero degli enti che incentivano l’occupazione e l’imprenditorialità femminile; introduzione nei confronti degli enti meno virtuosi rispetto agli obiettivi di finanza pubblica di un sistema sanzionatorio che, fino alla dimostrazione della messa in atto di provvedimenti, fra i quali anche l’alienazione di beni mobiliari e immobiliari rientranti nel patrimonio disponibile dell’ente nonché l’attivazione nella misura massima dell’autonomia impositiva, atti a raggiungere gli obiettivi, determini il divieto di procedere alla copertura di posti di ruolo vacanti nelle piante organiche e di iscrivere in bilancio spese per attività discrezionali, fatte salve quelle afferenti al cofinanziamento regionale o dell’ente locale per l’attuazione delle politiche comunitarie; previsione di meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico-finanziari assegnati alla regione e agli enti locali, con individuazione dei casi di ineleggibilità nei confronti degli amministratori responsabili degli enti locali per i quali sia stato dichiarato lo stato di

 

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dissesto finanziario di cui all’articolo 244 del citato testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, oltre che dei casi di interdizione dalle cariche in enti vigilati o partecipati da enti pubblici. Tra i casi di grave violazione di legge di cui all’articolo 126, primo comma, della Costituzione, rientrano le attività che abbiano causato un grave dissesto nelle finanze regionali.

Art. 17.

(Patto di convergenza).

      1. Nell’ambito del disegno di legge finanziaria, in coerenza con gli obiettivi e gli interventi appositamente individuati da parte del Documento di programmazione economico-finanziaria, il Governo, previo confronto e valutazione congiunta in sede di Conferenza unificata, propone norme di coordinamento dinamico della finanza pubblica volte a realizzare l’obiettivo della convergenza dei costi e dei fabbisogni standard dei vari livelli di governo e a stabilire, per ciascun livello di governo territoriale, il livello programmato dei saldi da rispettare, gli obiettivi di servizio, il livello di ricorso al debito nonché l’obiettivo programmato della pressione fiscale complessiva, nel rispetto dell’autonomia tributaria delle regioni e degli enti locali. Nel caso in cui il monitoraggio rilevi che uno o più enti non hanno raggiunto gli obiettivi loro assegnati, lo Stato attiva, previa intesa in sede di Conferenza unificata, e limitatamente agli enti che presentano i maggiori scostamenti nei costi per abitante, un procedimento, denominato «Piano per il conseguimento degli obiettivi di convergenza», volto ad accertare le cause degli scostamenti e a stabilire le azioni correttive da intraprendere, anche fornendo agli enti la necessaria assistenza tecnica e utilizzando, ove possibile, il metodo della diffusione delle migliori pratiche fra gli enti dello stesso livello.

 

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Capo VII

PATRIMONIO DI REGIONI ED ENTI LOCALI

Art. 18.

(Patrimonio di comuni, province, città metropolitane e regioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riguardo all’attuazione dell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione, stabiliscono i princìpi generali per l’attribuzione a comuni, province, città metropolitane e regioni di un proprio patrimonio, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) attribuzione a titolo non oneroso ad ogni livello di governo di distinte tipologie di beni, commisurate alle dimensioni territoriali, alle capacità finanziarie ed alle competenze e funzioni effettivamente svolte o esercitate dalle diverse regioni ed enti locali;

          b) attribuzione dei beni immobili sulla base del criterio di territorialità;

          c) ricorso alla concertazione in sede di Conferenza unificata, ai fini dell’attribuzione dei beni a comuni, province, città metropolitane e regioni;

          d) individuazione delle tipologie di beni di rilevanza nazionale che non possono essere trasferiti, ivi compresi i beni appartenenti al patrimonio culturale nazionale.

Capo VIII

NORME TRANSITORIE E FINALI

Art. 19.

(Princìpi e criteri direttivi concernenti norme transitorie per le regioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 recano una disciplina transitoria per le

 

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regioni, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) i criteri di computo delle quote del fondo perequativo di cui all’articolo 9 si applicano a regime dopo l’esaurimento di una fase di transizione diretta a garantire il passaggio graduale dai valori dei trasferimenti rilevati nelle singole regioni come media nel triennio 2006-2008, al netto delle risorse erogate in via straordinaria, ai valori determinati con i criteri dello stesso articolo 9;

          b) l’utilizzo dei criteri definiti dall’articolo 9 avviene a partire dall’effettiva determinazione del contenuto finanziario dei livelli essenziali delle prestazioni, mediante un processo di convergenza dalla spesa storica al fabbisogno standard in un periodo di cinque anni;

          c) per le materie diverse da quelle di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, il sistema di finanziamento deve divergere progressivamente dal criterio della spesa storica a favore delle capacità fiscali per abitante in cinque anni. Nel caso in cui, in sede di attuazione dei decreti legislativi, emergano situazioni oggettive di significativa e giustificata insostenibilità per alcune regioni, lo Stato può attivare a proprio carico meccanismi correttivi di natura compensativa di durata pari al periodo transitorio di cui alla presente lettera;

          d) specificazione del termine da cui decorre il periodo di cinque anni di cui alle lettere b) e c);

          e) garanzia per le regioni, in sede di prima applicazione, della copertura del differenziale certificato tra i dati previsionali e l’effettivo gettito dei tributi di cui all’articolo 8, comma 1, lettera h);

          f) garanzia che la somma del gettito delle nuove entrate regionali di cui all’articolo 10, comma 1, lettere b) e c), sia, per il complesso delle regioni, non inferiore al valore degli stanziamenti di cui al comma 1, lettera a), del medesimo articolo 10 e che si effettui una verifica, concordata in sede di Conferenza permanente per i rapporti

 

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tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, dell’adeguatezza e della congruità delle risorse finanziarie delle funzioni già trasferite.

Art. 20.

(Norme transitorie per gli enti locali).

      1. In sede di prima applicazione, i decreti legislativi di cui all’articolo 2 recano norme transitorie per gli enti locali, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) nel processo di attuazione dell’articolo 118 della Costituzione, al finanziamento delle ulteriori funzioni amministrative nelle materie di competenza legislativa dello Stato o delle regioni, nonché agli oneri derivanti dall’eventuale ridefinizione dei contenuti delle funzioni svolte dagli stessi alla data di entrata in vigore dei medesimi decreti legislativi, provvedono lo Stato o le regioni, determinando contestualmente adeguate  forme di copertura finanziaria coerenti con i princìpi della presente legge;

          b) garanzia che la somma del gettito delle nuove entrate di comuni e province in base alla presente legge sia, per il complesso dei comuni ed il complesso delle province, non inferiore al valore dei trasferimenti di cui all’articolo 11, comma 1, lettera e);

          c) determinazione dei fondi perequativi di comuni e province in misura uguale, per ciascun livello di governo, alla differenza fra i trasferimenti statali soppressi ai sensi dell’articolo 11, comma 1, lettera e), destinati al finanziamento delle spese di comuni e province, esclusi i contributi di cui all’articolo 15, e le maggiori entrate spettanti in luogo di tali trasferimenti ai comuni ed alle province, ai sensi dell’articolo 12, tenendo conto dei princìpi previsti dall’articolo 2, comma 2, lettera l), numeri 1) e 2), relativamente al superamento del criterio della spesa storica;

 

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          d) sono definite regole, tempi e modalità della fase transitoria in modo da garantire il superamento del criterio della spesa storica in un periodo di cinque anni, per le spese riconducibili all’esercizio delle funzioni fondamentali e per le altre spese. Fino alla data di entrata in vigore delle disposizioni concernenti l’individuazione delle funzioni fondamentali degli enti locali:

              1) il fabbisogno delle funzioni di comuni e province è finanziato considerando l’80 per cento delle spese come fondamentali ed il 20 per cento di esse come non fondamentali, ai sensi del comma 2;

              2) per comuni e province l’80 per cento delle spese è finanziato dalle entrate derivanti dall’autonomia finanziaria, comprese le compartecipazioni a tributi erariali, e dal fondo perequativo; il 20 per cento delle spese è finanziato dalle entrate derivanti dall’autonomia finanziaria, ivi comprese le compartecipazioni a tributi regionali, e dal fondo perequativo;

              3) ai fini del numero 2) si prendono a riferimento gli ultimi bilanci certificati a rendiconto, alla data di predisposizione degli schemi di decreto legislativo di cui all’articolo 2;

          e) specificazione del termine da cui decorre il periodo di cinque anni di cui alla lettera d).

      2. Ai soli fini dell’attuazione della presente legge, e in particolare della determinazione dell’entità e del riparto dei fondi perequativi degli enti locali in base al fabbisogno standard o alla capacità fiscale di cui agli articoli 11 e 13, in sede di prima applicazione, nei decreti legislativi di cui all’articolo 2 sono provvisoriamente considerate ai sensi del presente articolo, ai fini del finanziamento integrale sulla base del fabbisogno standard, le funzioni individuate e quantificate dalle corrispondenti voci di spesa, sulla base dell’articolazione in funzioni e relativi servizi prevista dal regolamento di cui al decreto

 

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del Presidente della Repubblica 31 gennaio 1996, n. 194.
      3. Per i comuni, le funzioni, e i relativi servizi, da considerare ai fini del comma 2 sono provvisoriamente individuate nelle seguenti:

          a) funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo, nella misura complessiva del 70 per cento delle spese come certificate dall’ultimo conto del bilancio disponibile alla data di entrata in vigore della presente legge;

          b) funzioni di polizia locale;

          c) funzioni di istruzione pubblica, ivi compresi i servizi per gli asili nido e quelli di assistenza scolastica e refezione, nonché l’edilizia scolastica;

          d) funzioni nel campo della viabilità e dei trasporti;

          e) funzioni riguardanti la gestione del territorio e dell’ambiente, fatta eccezione per il servizio di edilizia residenziale pubblica e locale e piani di edilizia nonché per il servizio idrico integrato;

          f) funzioni del settore sociale.

      4. Per le province, le funzioni, e i relativi servizi, da considerare ai fini del comma 2 sono provvisoriamente individuate nelle seguenti:

          a) funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo, nella misura complessiva del 70 per cento delle spese come certificate dall’ultimo conto del bilancio disponibile alla data di entrata in vigore della presente legge;

          b) funzioni di istruzione pubblica, ivi compresa l’edilizia scolastica;

          c) funzioni nel campo dei trasporti;

          d) funzioni riguardanti la gestione del territorio;

          e) funzioni nel campo della tutela ambientale;

          f) funzioni nel campo dello sviluppo economico relative ai servizi del mercato del lavoro.

 

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      5. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 disciplinano la possibilità che l’elenco delle funzioni di cui ai commi 3 e 4 sia adeguato attraverso accordi tra Stato, regioni, province e comuni, da concludere in sede di Conferenza unificata.

Art. 21.

(Perequazione infrastrutturale).

      1. In sede di prima applicazione, il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con il Ministro per le riforme per il federalismo, il Ministro per la semplificazione normativa, il Ministro per i rapporti con le regioni e gli altri Ministri competenti per materia, predispone una ricognizione degli interventi infrastrutturali, sulla base delle norme vigenti, da ricondurre nell’ambito degli interventi di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione, riguardanti la rete stradale, autostradale e ferroviaria, la rete fognaria, la rete idrica, elettrica e di trasporto e distribuzione del gas, le strutture portuali ed aeroportuali. La ricognizione è effettuata secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) valutazione dell’estensione delle superfici territoriali;

          b) valutazione del parametro della densità della popolazione e della densità delle unità produttive;

          c) considerazione dei particolari requisiti delle zone di montagna;

          d) valutazione della dotazione infrastrutturale esistente in ciascun territorio;

          e) valutazione della specificità insulare con definizione di parametri oggettivi relativi alla misurazione degli effetti conseguenti al divario di sviluppo economico derivante dall’insularità, anche con riguardo all’entità delle risorse per gli interventi speciali di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione.

      2. Nella fase transitoria di cui agli articoli 19 e 20, al fine del recupero del

 

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deficit infrastrutturale, ivi compreso quello riguardante il trasporto pubblico locale e i collegamenti con le isole, sono individuati, sulla base della ricognizione di cui al comma 1 del presente articolo, interventi finalizzati agli obiettivi di cui all’articolo 119, quinto comma, della Costituzione, che tengano conto anche della virtuosità degli enti nell’adeguamento al processo di convergenza ai costi o al fabbisogno standard. Gli interventi di cui al presente comma sono individuati nel programma da inserire nel Documento di programmazione economico-finanziaria ai sensi dell’articolo 1, commi 1 e 1-bis, della legge 21 dicembre 2001, n. 443.

Art. 22.

(Norme transitorie per le città metropolitane).

      1. Il presente articolo reca in via transitoria, fino alla data di entrata in vigore della disciplina organica delle città metropolitane che sarà determinata con apposita legge, la disciplina per la prima istituzione delle stesse.
      2. Le città metropolitane possono essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli. La proposta di istituzione spetta:

          a) al comune capoluogo congiuntamente alla provincia;

          b) al comune capoluogo congiuntamente ad almeno il 50 per cento dei comuni della provincia interessata che rappresentino nel complesso almeno il 50 per cento della popolazione;

          c) alla provincia, congiuntamente ad almeno il 50 per cento dei comuni della provincia medesima che rappresentino almeno il 50 per cento della popolazione.

      3. La proposta di istituzione di cui al comma 2 contiene la perimetrazione della città metropolitana, secondo il principio della continuità territoriale, comprende

 

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almeno tutti i comuni proponenti e reca una proposta di statuto provvisorio della città metropolitana. Sulla proposta è acquisito il parere della regione da esprimere entro novanta giorni. Si osservano le seguenti modalità:

          a) il territorio metropolitano coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo;

          b) la città metropolitana si articola al suo interno in comuni;

          c) lo statuto provvisorio della città metropolitana definisce le forme di coordinamento dell’azione complessiva di governo all’interno del territorio metropolitano; disciplina altresì le modalità per l’elezione o l’individuazione del presidente del consiglio provvisorio di cui al comma 6. Lo statuto definitivo della città metropolitana è adottato dai competenti organi entro sei mesi dalla data del loro insediamento in base alla legge di cui al comma 1;

          d) sulla proposta di istituzione della città metropolitana è indetto un referendum tra tutti i cittadini dei comuni inclusi nella perimetrazione contenuta nella proposta di istituzione; il referendum è senza quorum di validità se il parere della regione è favorevole o in mancanza di parere; in caso di parere regionale negativo, il quorum di validità è del 30 per cento.

      4. Con regolamento da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri della giustizia, per le riforme per il federalismo, per la semplificazione normativa e per i rapporti con le regioni, è disciplinato il procedimento di indizione e di svolgimento del referendum di cui alla lettera d) del comma 3, osservando le disposizioni della legge 25 maggio 1970, n. 352, in quanto compatibili.
      5. Con le modalità stabilite dalla legge di cui al comma 1, successivamente al

 

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referendum di cui alla lettera d) del comma 3, verranno definitivamente istituite le città metropolitane.
      6. Con le città metropolitane istituite ai sensi del presente articolo è istituita una assemblea rappresentativa, denominata «consiglio provvisorio della città metropolitana», composta dai sindaci dei comuni che fanno parte della città metropolitana e dal presidente della provincia. Nessun emolumento, gettone di presenza o altra forma di retribuzione è attribuita ai componenti del consiglio provvisorio in ragione di tale incarico.
      7. La provincia di riferimento cessa di esistere e sono soppressi tutti i relativi organi a decorrere dalla data di insediamento degli organi della città metropolitana, individuati dalla legge di cui al comma 1, che provvede altresì a disciplinare il trasferimento delle funzioni e delle risorse umane, strumentali e finanziarie inerenti alle funzioni trasferite e a dare attuazione alle nuove perimetrazioni stabilite ai sensi del presente articolo. La legge di cui al comma 1 stabilisce la disciplina per l’esercizio dell’iniziativa da parte dei comuni della provincia non inclusi nella perimetrazione dell’area metropolitana, in modo da assicurare la scelta da parte di ciascuno di tali comuni circa l’inclusione nell’area metropolitana ovvero in altra provincia.
      8. Dalla data di proclamazione dell’esito positivo del referendum di cui al comma 3, lettera d), e fino alla data di entrata in vigore della disciplina organica di cui al comma 1, il finanziamento degli enti che compongono la città metropolitana assicura loro una più ampia autonomia di entrata e di spesa in misura corrispondente alla complessità delle funzioni da esercitare in forma associata o congiunta, nel limite degli stanziamenti previsti a legislazione vigente.
      9. Ai soli fini delle previsioni concernenti le spese e l’attribuzione delle risorse finanziarie alle città metropolitane, con riguardo alla popolazione e al territorio metropolitano, le funzioni fondamentali della provincia sono considerate, in via provvisoria, funzioni fondamentali della

 

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città metropolitana, con efficacia dalla data di insediamento dei suoi organi definitivi.
      10. Ai medesimi fini di cui al comma 9 sono, altresì, considerate funzioni fondamentali della città metropolitana, con riguardo alla popolazione e al territorio metropolitano:

          a) la pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali;

          b) la strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici;

          c) la promozione ed il coordinamento dello sviluppo economico e sociale.

Art. 23.

(Ordinamento transitorio di Roma capitale ai sensi dell’articolo 114, terzo comma, della Costituzione).

      1. In sede di prima applicazione, fino all’attuazione della disciplina delle città metropolitane, il presente articolo detta norme transitorie sull’ordinamento, anche finanziario, di Roma capitale.
      2. Roma capitale è un ente territoriale, i cui attuali confini sono quelli del comune di Roma, e dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dalla Costituzione. L’ordinamento di Roma capitale è diretto a garantire il miglior assetto delle funzioni che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli organi costituzionali nonché delle rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri, ivi presenti presso la Repubblica italiana, presso lo Stato della Città del Vaticano e presso le istituzioni internazionali.
      3. Oltre a quelle attualmente spettanti al comune di Roma, sono attribuite a Roma capitale le seguenti funzioni amministrative:

          a) concorso alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali, previo accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali;

 

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          b) sviluppo economico e sociale di Roma capitale con particolare riferimento al settore produttivo e turistico;

          c) sviluppo urbano e pianificazione territoriale;

          d) edilizia pubblica e privata;

          e) organizzazione e funzionamento dei servizi urbani, con particolare riferimento al trasporto pubblico ed alla mobilità;

          f) protezione civile, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei ministri e la regione Lazio;

          g) ulteriori funzioni conferite dallo Stato e dalla regione Lazio, ai sensi dell’articolo 118, secondo comma, della Costituzione.

      4. L’esercizio delle funzioni di cui al comma 3 è disciplinato con regolamenti adottati dal consiglio comunale, che assume la denominazione di Assemblea capitolina, nel rispetto della Costituzione, dei vincoli comunitari ed internazionali, della legislazione statale e di quella regionale, nel rispetto dell’articolo 117, sesto comma, della Costituzione, nonché in conformità al principio di funzionalità rispetto alle speciali attribuzioni di Roma capitale. L’Assemblea capitolina, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di cui al comma 5, approva, ai sensi dell’articolo 6, commi 2, 3 e 4, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, con particolare riguardo al decentramento municipale, lo statuto di Roma capitale che entra in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
      5. Con specifico decreto legislativo, adottato ai sensi dell’articolo 2, sentiti la regione Lazio, la provincia di Roma e il comune di Roma, è disciplinato l’ordinamento transitorio, anche finanziario, di Roma capitale, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) specificazione delle funzioni di cui al comma 3 e definizione delle modalità

 

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per il trasferimento a Roma capitale delle relative risorse umane e dei mezzi;

          b) fermo quanto stabilito dalle disposizioni di legge per il finanziamento dei comuni, assegnazione di ulteriori risorse a Roma capitale, tenendo conto delle specifiche esigenze di finanziamento derivanti dal ruolo di capitale della Repubblica, previa la loro determinazione specifica, e delle funzioni di cui al comma 3.

      6. Il decreto legislativo di cui al comma 5 assicura i raccordi istituzionali, il coordinamento e la collaborazione di Roma capitale con lo Stato, la regione Lazio e la provincia di Roma, nell’esercizio delle funzioni di cui al comma 3. Lo status dei membri dell’Assemblea capitolina è disciplinato dalla legge dello Stato.
      7. Il decreto legislativo di cui al comma 5, con riguardo all’attuazione dell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione, stabilisce i princìpi generali per l’attribuzione alla città di Roma, capitale della Repubblica, di un proprio patrimonio, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi specifici:

          a) attribuzione a Roma capitale di un patrimonio commisurato alle funzioni e competenze ad essa attribuite;

          b) trasferimento, a titolo gratuito, a Roma capitale dei beni appartenenti al patrimonio dello Stato non più funzionali alle esigenze dell’Amministrazione centrale, in conformità a quanto previsto dall’articolo 18, comma 1, lettera d).

      8. Le disposizioni di cui al presente articolo e quelle contenute nel decreto legislativo adottato ai sensi del comma 5 possono essere modificate, derogate o abrogate solo espressamente. Per quanto non disposto dal presente articolo, continua ad applicarsi a Roma capitale quanto previsto con riferimento ai comuni dal testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
      9. A seguito dell’attuazione della disciplina delle città metropolitane e a decorrere

 

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dall’istituzione della città metropolitana di Roma capitale, le disposizioni di cui al presente articolo si intendono riferite alla città metropolitana di Roma capitale.

Art. 24.

(Princìpi e criteri direttivi relativi alla gestione dei tributi e delle compartecipazioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2, con riguardo al sistema gestionale dei tributi e delle compartecipazioni, nel rispetto della autonomia organizzativa di regioni ed enti locali nella scelta delle forme di organizzazione delle attività di gestione e di riscossione, sono adottati secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) previsione di adeguate forme di collaborazione delle regioni e degli enti locali con il Ministero dell’economia e delle finanze e con le Agenzie regionali delle entrate in modo da configurare dei centri di servizio regionali per la gestione organica dei tributi erariali, regionali e degli enti locali;

          b) definizione, con apposita e specifica convenzione fra il Ministero dell’economia e delle finanze, le singole regioni e gli enti locali, delle modalità gestionali, operative, di ripartizione degli oneri, degli introiti di attività di recupero dell’evasione.

Capo IX

OBIETTIVI DI PEREQUAZIONE E DI SOLIDARIETÀ PER LE REGIONI A STATUTO SPECIALE E PER LE PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E DI BOLZANO

Art. 25.

(Coordinamento della finanza delle regioni a statuto speciale e delle province autonome).

      1. Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano,

 

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nel rispetto degli statuti speciali, concorrono al conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarietà ed all’esercizio dei diritti e doveri da essi derivanti, nonché al patto di convergenza di cui all’articolo 17 e all’assolvimento degli obblighi posti dall’ordinamento comunitario, secondo criteri e modalità stabiliti da norme di attuazione dei rispettivi statuti, da definire, con le procedure previste dagli statuti medesimi, entro il termine stabilito per l’emanazione dei decreti legislativi di cui all’articolo 2 e secondo il principio del superamento del criterio della spesa storica di cui all’articolo 2, comma 2, lettera l).
      2. Le norme di attuazione di cui al comma 1 tengono conto della dimensione della finanza delle predette regioni e province autonome rispetto alla finanza pubblica complessiva, delle funzioni da esse effettivamente esercitate e dei relativi oneri, anche in considerazione degli svantaggi strutturali permanenti, ove ricorrano, e dei livelli di reddito pro capite che caratterizzano i rispettivi territori o parte di essi, rispetto a quelli corrispondentemente sostenuti per le medesime funzioni dallo Stato, dal complesso delle regioni e, per le regioni e province autonome che esercitano le funzioni in materia di finanza locale, dagli enti locali. Le medesime norme di attuazione disciplinano altresì le specifiche modalità attraverso le quali lo Stato assicura il conseguimento degli obiettivi costituzionali di perequazione e di solidarietà per le regioni a statuto speciale i cui livelli di reddito pro capite siano inferiori alla media nazionale, ferma restando la copertura del fabbisogno standard per il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione, conformemente a quanto previsto dall’articolo 8, comma 1, lettera b), della presente legge.
      3. Le disposizioni di cui al comma 1 sono attuate, nella misura stabilita dalle norme di attuazione degli statuti speciali e alle condizioni stabilite dalle stesse norme in applicazione dei criteri di cui al comma

 

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2, anche mediante l’assunzione di oneri derivanti dal trasferimento o dalla delega di funzioni statali alle medesime regioni a statuto speciale e province autonome ovvero da altre misure finalizzate al conseguimento di risparmi per il bilancio dello Stato, nonché con altre modalità stabilite dalle norme di attuazione degli statuti speciali. Inoltre, le predette norme, per la parte di propria competenza:

          a) disciplinano il coordinamento tra le leggi statali in materia di finanza pubblica e le corrispondenti leggi regionali e provinciali in materia, rispettivamente, di finanza regionale e provinciale, nonché di finanza locale nei casi in cui questa rientri nella competenza della regione a statuto speciale o provincia autonoma;

          b) definiscono i princìpi fondamentali di coordinamento del sistema tributario con riferimento alla potestà legislativa attribuita dai rispettivi statuti alle regioni a statuto speciale e alle province autonome in materia di tributi regionali, provinciali e locali;

          c) individuano forme di fiscalità di sviluppo, ai sensi dell’articolo 2, comma 2, lettera hh), e alle condizioni di cui all’articolo 15, comma 1, lettera d).

      4. A fronte dell’assegnazione di ulteriori nuove funzioni alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano, così come alle regioni a statuto ordinario, nei casi diversi dal concorso al conseguimento degli obiettivi di perequazione e di solidarietà ai sensi del comma 2, rispettivamente le norme di attuazione e i decreti legislativi di cui all’articolo 2 definiranno le corrispondenti modalità di finanziamento aggiuntivo attraverso forme di compartecipazione a tributi erariali e alle accise.
      5. Alle riunioni del Consiglio dei ministri per l’esame degli schemi concernenti le norme di attuazione di cui al presente articolo sono invitati a partecipare, in conformità ai rispettivi statuti, i Presidenti delle regioni e delle province autonome interessate.

 

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      6. La Commissione di cui all’articolo 4 svolge anche attività meramente ricognitiva delle disposizioni vigenti concernenti l’ordinamento finanziario delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano e della relativa applicazione. Nell’esercizio di tale funzione la Commissione è integrata da un rappresentante tecnico della singola regione o provincia interessata.

Capo X

SALVAGUARDIA FINANZIARIA ED ABROGAZIONI

Art. 26.

(Salvaguardia finanziaria).

    1. L’attuazione della presente legge deve essere compatibile con gli impegni finanziari assunti con il patto europeo di stabilità e crescita.
      2. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 individuano meccanismi idonei ad assicurare che:

          a) vi sia la coerenza tra il riordino e la riallocazione delle funzioni e la dotazione delle risorse umane e finanziarie, con il vincolo che al trasferimento delle funzioni corrisponda un trasferimento del personale tale da evitare ogni duplicazione di funzioni;

          b) sia garantita la determinazione periodica del limite massimo della pressione fiscale nonché del suo riparto tra i diversi livelli di governo e sia salvaguardato l’obiettivo di non produrre aumenti della pressione fiscale complessiva anche nel corso della fase transitoria;

          c) siano previsti adeguati meccanismi diretti a coinvolgere e cointeressare regioni ed enti locali nell’attività di recupero dell’evasione fiscale e nel contrasto all’elusione fiscale.

 

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      3. Per le spese derivanti dall’attuazione degli articoli 4 e 5 si provvede con gli ordinari stanziamenti di bilancio.

Art. 27.

(Abrogazioni).

      1. I decreti legislativi di cui all’articolo 2 individuano le disposizioni incompatibili con la presente legge, prevedendone l’abrogazione.

































































































Relazione del presidente Assoedilizia Avv. Achille Colombo Clerici alla Tavola rotonda INU-Quaderni dei Democratici “Politiche per l’edilizia e la qualità delle città” Politecnico di Milano 16 marzo 2009

marzo 17, 2009

 

IL LOW PROFILE ABITATIVO IN ITALIA

 

Qualche spunto di riflessione: osservazioni e considerazioni.

 

AGEVOLAZIONI FISCALI DISCRIMINANTI

 

Non solo le leggi fiscali dichiaratamente penalizzanti, ma anche quelle agevolative, quando sono discriminanti, sulla base di  prevenzioni ideologiche, rischiano di produrre effetti distorti, non valutati e non voluti, incidendo negativamente sulla qualità urbana.

 

Norme edilizio-urbanistiche e fiscali.

Agevolazioni discriminanti e regimi fiscali differenziati che penalizzino le abitazioni signorili o la locazione libera portano ad una qualità urbana scadente.

 

      *        *        *

 

Le norme edilizio- urbanistiche, ma anche le leggi fiscali incidono sulla qualità urbana.

 

Le prime tendono a recepire le esigenze della vita della società, secondo la cultura dominante.

Quando la fiscalità entra nell’urbanistica, recependo spesso prevenzioni ideologiche,rischia di produrre spesso effetti distorti, non valutati e non voluti.

 

QUALITA’ URBANA SCADENTE.

 

Se ne vogliamo un esempio, guardiamo cosa è successo in Italia, dal secondo Dopoguerra in poi, quando una legislazione fiscale punitiva, combinata a norme edilizio-urbanistiche ingiustificatamente prevenute nei confronti delle case signorili e di lusso produsse le parti qualitativamente peggiori delle nostre città.

 

Mi riferisco alle agevolazioni per il reddito da fabbricati, sugli atti di trasferimento (normative decisamente discriminanti tra case di civile abitazione e case signorili); nonché ad esempio alle norme restrittive sulla computabilità a fini volumetrici di androni e scale.

In 25 anni (dal ’46 al ’71) abbiamo calcolato che si son costruiti ben 9,5 milioni di alloggi di qualità medio bassa su 10,2 milioni di abitazioni realizzate.

 

Secondo le risultanze catastali, complessivamente in tutte le città italiane capoluoghi di provincia, esistono solo 22.893 unità abitative classificate come A1 signorili, su un totale di oltre 28,5 milioni o di 31,5 milioni se stiamo sempre al Catasto.  

 

A parte la condanna di fatto delle migliori eccellenze artigianali del nostro Paese; che immancabilmente sono andate rarefacendosi.

 

DANNO ECONOMICO

 

Sul piano economico, hanno fatto  le spese di questa logica distorcente gli artigiani specializzati nel genere delle residenze di  qualità, quali ad esempio marmisti, ceramisti e piastrellisti, decoratori, stuccatori e pittori, falegnamerie e mobilifici, tappezzieri, che sono stati sacrificati da una legislazione miope che considera di lusso, e quindi esclusi da qualsiasi beneficio fiscale, le case corredate, anche in parte (per pavimenti, pareti ed infissi, portoni, boiseries) di materiali pregiati o lavorati in modo pregiato (così dice la legge in questione).

 

In tal modo alla fine si è perduta la parte migliore dell’artigianato, grande ricchezza del nostro paese.

 

PRODUZIONE EDILIZIA PER L’ACQUISTO E SFAVORE PER LA LOCAZIONE

 

Ma, nello stesso periodo abbiamo assistito ad un altro deleterio fenomeno: la politica abitativa seguita dai nostri governi  ha favorito indiscriminatamente l’acquisto della casa da parte degli italiani (che oggi sono in vetta alla classifica europea con ben il 73% di alloggi abitati a titolo di proprietà, mentre a titolo di locazione abita solo il 19% della popolazione, ed il restante 8% a titolo diverso – usufrutto, abitazione, comodato) a scapito della locazione.

 

 

DISMISSIONI E FRAZIONAMENTI

 

Tale politica ha prodotto il più ampio fenomeno di dismissioni  e di frazionamenti di palazzi in monoproprietà che si sia mai registrato, quanto meno a livello europeo.

 

Risultato: le nostre città consegnate ad una miriade di condominii (i soggetti meno reattivi di fronte alle esigenze di rinnovamanto e di riqualificazione urbana); condominii che alla fin fine “ingessano” irreversibilmente la parti meno qualificate delle nostre città, condannandole ad un progressivo degrado. 

 

 

QUARTIERI PERIFERICI POPOLARI

 

Ed il rischio maggiore lo corrono le periferie popolari dove è più facile che l’attenzione della amministrazione si allenti. Allora, il meccanismo perverso del processo a catena del “cattivo scaccia il buono” può portare a quella forma di degrado tipica delle zone periferiche delle città americane, dove basta un condomino sgradito per far entrare in crisi un intero quartiere.

 

Morale:  le agevolazioni fiscali non vanno a beneficio della qualità delle città quando sono discriminanti.  Perché vengono lette dal mercato in negativo e mai in positivo.

 

MEDESIMO REGIME FISCALE PER TUTTA L’EDILIZIA ABITATIVA

 

Se si vogliono evitare effetti distorti, l’edilizia abitativa, non esclusa quella in locazione (un tempo si costruivano case di grande qualità anche per l’affittanza: pensiamo agli immobili del periodo neoclassico ed eclettico con grandi atrii, rivestimenti marmorei, ampi alloggi la maggior parte dei quali destinati alla locazione) dovrebbe essere integralmente e non settorialmente compresa nelle agevolazioni. 

 

Nel quadro dunque delle misure per il rilancio dell’economia, attraverso la ripresa dell’edilizia, non può mancare la considerazione per la produzione edilizia destinata alla locazione, che va senz’altro incentivata.

 

TASSAZIONE SEPARATA DEI REDDITI DA LOCAZIONE

 

Oppurtuna dunque, come andiamo da tempo suggerendo, la tassazione separata dei redditi da locazione, attraverso il meccanismo della ritenuta a titolo di imposta (cedolare secca) con l’equiparazione di tali redditi a quelli da capitale.

 

Ma non si devono introdurre differenziazioni nei regimi fiscali, fra i diversi tipi di locazione; ad evitare che anche qui norme agevolative discriminanti inducano l’effetto perverso di una produzione edilizia di secondo livello.

E quindi, anche la locazione libera, oltre che quella concordata, è meritevole di essere sostenuta da agevolazioni fiscali e di essere assoggettata al trattamento dei redditi con la misura della ritenuta secca.

 

L’Ufficio studi di Assoedilizia ha calcolato che i mezzi finanziari per fronteggiare l’eventuale disavanzo, possono essere ritrovati nel maggior introito fiscale conseguente al recupero dell’evasione; ove si rendesse obbligatorio il pagamento dei canoni locativi in banca o presso gli sportelli postali. Costituendo gli stessi sostituti di imposta, terzi indifferenti ai fini del pagamento delle imposte medesime.

 

 

L’UTILE ECONOMICO DA’ IL MARGINE CHE PERMETTE DI REALIZZARE IL BELLO

 

L’auspicio è quello che la crisi economica (con il conseguente venir meno di una ricchezza facile, generata dalla logica della crescita ad oltranza, che ha nutrito la teoria del benessere a basso costo per tutti), crisi economica che necessariamente darà luogo alla riscrittura delle regole, serva almeno a costringere ciascuno a ragionare con i piedi per terra; abbandonando la prevenzione nei confronti dei margini economici dell’attività umana, anzi riconoscendone l’utilità sociale, anche nel produrre il bello a favore delle nostre città.

E facendo comprendere che la diversità, non il livellamento al basso, è la sirena del mondo (come diceva il poeta).

 

www.assoedilizia.com

 

Ricorso di Assoedilizia al Garante per il contribuente

marzo 13, 2009


ILL.MO GARANTE DEL CONTRIBUENTE

Via della Moscova, 2

20121 MILANO

 

  

ASSOEDILIZIA – Associazione Milanese della Proprietà Edilizia, con sede in Milano, via Meravigli, 3, in persona del suo Presidente pro tempore Avv. Achille Colombo Clerici, rappresentata da Prof. Avv. Gianfranco Gaffuri, Prof. Mario Polelli e Prof. Avv. Nicolò Zanon,

 

SEGNALA

 

al GARANTE DEL CONTRIBUENTE, ai sensi dell’art. 13, comma 6, della l. 27.7.2000, n. 212, quanto segue

 

 

1. Fatti

Tra la fine del 2008 e all’inizio del 2009, l’Agenzia del territorio di Milano ha notificato circa 16.000 atti di accertamento catastali ai proprietari degli immobili siti in 4 diverse microzone del Comune di Milano.

Il procedimento che ha portato all’adozione di tali atti trova il suo fondamento normativo nell’art. 1, comma 335, della legge finanziaria del 2005 (l. 30.12.2004, n. 311), secondo cui i Comuni possono richiedere agli Uffici provinciali dell’Agenzia del Territorio la revisione parziale del classamento delle unità immobiliari site in microzone per le quali il rapporto tra valore medio di mercato e il corrispondente valore medio catastale si discosta significativamente dall’analogo rapporto relativo all’insieme delle microzone comunali.

A seguito di una richiesta di due dirigenti della Direzione centrale del servizio “Servizi Catastali”, l’Agenzia del Territorio di Milano, ha dato avvio al procedimento di riclassamento nel novembre 2005, ovvero di modifica delle qualità e classi catastali, come risulta dalla determinazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 30.11.2005.

Come però si evidenzierà nel seguito di questa segnalazione, il procedimento seguito dall’Agenzia del Territorio di Milano, nonché dal Comune stesso, presenta numerosi vizi, che inficiano evidentemente anche la validità degli atti di accertamento notificati ai cittadini milanesi interessati.

Visto lo stretto legame che intercorre tra il classamento delle unità immobiliari e l’imposizione fiscale che su esse interviene, Assoedilizia ritiene pertanto opportuno rivolgersi al Garante del Contribuente, affinché lo stesso possa attivare le procedure di autotutela e sollecitare le autorità competenti a porre in essere gli opportuni rimedi così come previsto dall’art. 13 della legge n. 212 del 2000.

 

2. Illegittimità per incompetenza della procedura per la revisione del classamento catastale

Il procedimento che ha portato al riclassamento è stato attivato a seguito di una istanza del Comune di Milano datata 14 ottobre 2005 (cfr. doc. n. …).

La richiesta di procedere al riclassamento non è stata però il frutto della decisione di uno degli organi politici del Comune di Milano (Consiglio comunale, Giunta, o Sindaco). La richiesta di effettuare il riclassamento è giunta invece grazie all’autonoma iniziativa di due funzionari della Direzione centrale dei Servizi Catastali. Come emerge dalla lettura della missiva inoltrata all’Agenzia del Territorio, infatti,  i due funzionari (il Responsabile del Servizio, ing. Daniele Spada, e il Direttore centrale, dott. Emilio Cazzani), dopo aver ricevuto una mail dall’Agenzia del Territorio, senza che risulti agli atti una consultazione o una deliberazione degli organi di livello politico, hanno provveduto a richiedere la revisione parziale del classamento.

Ora, un atto di così grande rilievo non può però essere legittimamente emanato per iniziativa e deliberazione di due funzionari.

Lo vietano in primo luogo le norme del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) e quelle dello Statuto del Comune di Milano. Ma lo vietano oggi anche i principi del federalismo fiscale: è assurdo che un atto in grado di incidere notevolmente sul livello di imposizione fiscale dei cittadini provenga da chi non ha neppure responsabilità politica nei confronti dei cittadini stessi.

La competenza ad emanare l’istanza di cui all’art. 1, comma 335, della legge n. 311 del 2004, spettava infatti esclusivamente agli organi di governo dell’ente locale.

L’art. 107 del TUEL prevede infatti espressamente che i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo spettano agli organi di governo, mentre solo la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica è attribuita ai dirigenti.

Ora, si può discutere se la competenza spetti al Consiglio comunale o alla Giunta, ma sicuramente il procedimento di riclassamento non poteva essere messo in moto da due dirigenti.

D’altra parte, lo stesso Statuto del Comune di Milano (art. 43, comma 3) prevede che “sono di competenza della Giunta gli atti di amministrazione rientranti, ai sensi dell’art. 107, commi 1 e 2, del d. lgs. n. 267 del 2000, nelle funzioni degli organi di governo, che non siano riservati dalla legge al Consiglio e che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo Statuto, del Sindaco o degli Organi di decentramento”.

Ancora, va segnalato che l’art. 71, comma 2, dello Statuto comunale prevede che ai dirigenti spettino tutti gli atti non attribuiti alla Giunta, “che abbiano natura vincolata o che comportino discrezionalità di natura esclusivamente tecnica”.

È del tutto evidente che quando una legge attribuisce ad un qualsiasi ente la possibilità di avviare un determinato procedimento, la decisione che ne segue è necessariamente di carattere discrezionale.

Pertanto, la richiesta del riclassamento delle microzone attribuito dalla legge statale non può certo definirsi atto vincolato, e neppure si tratta di un atto che richiede discrezionalità esclusivamente tecnica. Le conseguenze del riclassamento sono di tale portata – incidendo indirettamente sul livello di imposizione fiscale dei cittadini – che la scelta sulla volontà di procedere o meno al riclassamento non poteva che provenire da uno degli organi di governo.

L’incompetenza ad emanare la richiesta di classamento vizia l’intera procedura che ha portato al riclassamento delle unità immobiliari. Di conseguenza, tutti gli atti susseguenti, compresi evidentemente gli avvisi di accertamento, devono essere considerati viziati e pertanto revocabili in sede di autotutela, oppure annullabili dal giudice competente.

 

3. Illegittimità dell’accertamento catastale per violazione della procedura prevista dal d.p.r. n. 138 del 1998

Ulteriori vizi gravano gli atti di accertamento catastale: deve innanzitutto premettersi che il procedimento di riclassamento è specificamente disciplinato dal d.p.r. n. 138 del 1998.

Tale regolamento è stato emanato ai sensi della legge n. 662 del 1996 (art. 3, commi 154 e 155), secondo cui, “al fine dell’aggiornamento del catasto e della sua gestione unitaria con province e comuni, anche per favorire il recupero dell’evasione”, “con regolamento da emanare ai sensi dell’art. 17, comma 2, della legge n. 400 del 1988”, si doveva provvedere alla “revisione generale delle zone censuarie, delle tariffe d’estimo, della qualificazione, della classificazione e del classamento delle unità immobiliari e dei terreni e dei relativi criteri”,

Ora, l’articolo 9 del citato regolamento detta le regole relative alla “revisione del classamento”, ma tali regole non sono state rispettate nel corso della procedura oggetto della presente segnalazione.

Innanzitutto, il primo comma dell’art. 9, del citato regolamento prevede che “Per ciascuna zona censuaria, i competenti uffici del dipartimento del territorio procedono alla revisione del classamento, sulla base:

a) dell’articolazione del territorio comunale in microzone, definita ai sensi dell’articolo 2;

b) dei quadri di qualificazione e classificazione, definiti ai sensi dell’articolo 4;

c) dei criteri e dei fattori indicati nell’articolo 8, utilizzando le informazioni descrittive e censuarie presenti nella banca dati del catasto edilizio urbano e quelle rappresentate nelle schede descrittive delle microzone predisposte dai comuni, nonché le risultanze delle indagini immobiliari svolte in sede locale”.

Ora, dalla motivazione dei singoli atti di accertamento non è affatto possibile comprendere se siano state effettuate le prescritte indagini immobiliari in loco: anzi, è del tutto evidente che il riclassamento, a differenza di quanto previsto dal regolamento citato, è il risultato di un’operazione svolta a tavolino, priva dei necessari riscontri da effettuarsi presso gli immobili.

In secondo luogo, il comma 4 prevede che “I prospetti di classamento sono oggetto di pubblicizzazione per centottanta giorni presso i comuni e, per quelli relativi ai comuni capoluoghi di provincia, anche presso le sedi degli uffici del dipartimento del territorio, durante i quali i soggetti interessati hanno facoltà di presentare osservazioni mediante fogli informativi conformi ai moduli predisposti dall’amministrazione. Le osservazioni concernono i caratteri descritti nell’articolo 8, commi 6 e 7”.

Il procedimento di classamento è dunque composto da più fasi: la prima si conclude con la pubblicazione provvisoria dei prospetti delle qualità e delle classi catastali tipo e della assegnazione dell’unità immobiliare tipo alla categoria attribuita (classamento). Al termine di questa prima fase, i cittadini interessati possono presentare osservazioni e rilievi a quelli che la legge definisce prospetti di classamento.

Nel presente caso, questa fase è stata completamente omessa, anche perché pare che l’Agenzia del Territorio non disponga di unità immobiliari tipo.

Infine, il comma 5 dell’art. 9 del d.p.r. n. 138 del 1998 dispone che  Per la successiva pubblicazione ufficiale degli atti soggetti alla revisione del classamento, si applicano le disposizioni previste dagli articoli 12 e 13 del regio decreto-legge 13 aprile 1939, n. 652, così come convertito dalla legge 11 agosto 1939, n. 1249, e successivamente modificato dall’articolo 2 del decreto legislativo 8 aprile 1948, n. 514, nonché quelle previste dagli articoli 86, 87, 88 e 89 del decreto del Presidente della Repubblica 1° dicembre 1949, n. 1142, recante l’approvazione del regolamento per la formazione del nuovo catasto edilizio urbano, e dal paragrafo 29-bis dell’istruzione per la conservazione del catasto edilizio urbano, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 250 del 25 ottobre 1989”.

In particolare, nel presente caso, dovrebbe trovare applicazione proprio il citato paragrafo 29-bis dell’istruzione per la conservazione del catasto urbano: secondo tale norma, “in occasione di operazione di accertamento di un rilevante numero di unità immobiliari urbane, nonché di revisioni di classamento, l’amministrazione può procedere alla pubblicazione degli atti con le modalità previste dal decreto del Ministero delle finanze 20 luglio 1970. Secondo tale norma, vi deve essere una pubblicazione dei risultati preceduta dall’affissione di un manifesto che ne dà preventiva notizia. La pubblicazione, precisa la norma, avviene “mediante l’esibizione ai possessori interessati della copia dei documenti che contengono, con le motivazioni, i risultati delle variazioni accertate”. I proprietari degli immobili possono anche in questa sede proporre osservazioni e rilievi.

Ben vero che la legge n. 342 del 2000 ha previsto che “in ogni caso gli atti modificativi delle rendite catastali per fabbricati sono efficaci solo a decorrere dalla loro notificazione ai soggetti intestatari”. Ma tale norma non sembra esonerare l’amministrazione dal rispetto delle norme richiamate dal regolamento del 1998. Cosa che invece, nel presente caso, è avvenuta, avendo l’Agenzia del Territorio completamente omesso la fase di pubblicazione delle risultanze del riclassamento.

 

4. Illegittimità della procedura del riclassamento per la mancata consultazione delle Commissioni censuarie

A differenza di quanto avvenuto nel presente caso, le norme susseguitesi nel corso del tempo in tema di revisione di classamento hanno sempre richiesto la consultazione delle Commissioni censuarie.

Già l’art. 13 del d.p.r. n. 1142 del 1949 (recante “Approvazione del Regolamento per la formazione del nuovo catasto edilizio urbano”) prevedeva che, nel caso in cui si renda opportuna, per sopravvenute variazioni di carattere permanente nell’accertamento dello stato delle unità immobiliari, la revisione del quadro delle categorie e delle classi, “i nuovi quadri delle categorie e classi sono soggetti all’approvazione delle Commissioni censuarie”.  Analogamente, secondo l’art. 64 del citato d.p.r., “qualora alcune unità immobiliari accertate abbiano destinazione ordinaria o caratteristiche influenti sul reddito notevolmente difformi da quelle proprie delle categorie e classi prestabilite (…) l’Ufficio tecnico erariale deve provvedere ad apportare al quadro delle categorie e classi le occorrenti integrazioni sottoponendole all’approvazione delle Commissioni censuarie”.

Gli art 33 e 37 del medesimo d.p.r. n. 1142 del 1949 prevedevano poi che fossero le Commissioni censuarie provinciali ad approvare e modificare i prospetti delle tariffe d’estimo, che, come noto, esprimono le rendite catastali per unità di consistenza.

Analoghe previsioni erano contenute nel d.p.r. n. 650 del 1972 (recante “Perfezionamento e revisione del sistema catastale”), che agli articoli 30, 31 e 32 disponeva che sono le Commissioni censuarie ad esaminare ed approvare il quadro delle categorie e delle classi, nonché i prospetti delle tariffe d’estimo.

Conformemente alle norme vigenti, infatti, il D.M. 18 marzo 1991 (recante “Revisione generale della qualificazione, della classificazione e dei classa menti delle unità immobiliari urbane”) esplicitamente disponeva che “le tariffe per le unità immobiliari a destinazione ordinaria saranno approvate con le procedure previste dagli articoli 30, 31 e 32” del citato d.p.r. n. 650 del 1972.

Infine, secondo l’art. 9 del d.p.r. n. 138 del 1998, la revisione del classamento avviene, oltre che in base all’articolazione del territorio comunale in microzone, sulla base dei quadri di qualificazione e classificazione definiti ai sensi dell’articolo 4 e dei criteri (categoria e classe di competenza di ogni unità immobiliare) di cui all’art. 8 del medesimo d.p.r.

I quadri di qualificazione e classificazione indicano tutte le categorie riscontrate in ciascuna zona censuaria ed il numero delle classi in cui ciascuna categoria è suddivisa. L’articolo 4 prevede che i citati quadri possono essere oggetto di revisione da parte degli uffici del dipartimento del territorio, in conseguenza di intervenute variazioni socio-economiche, ambientali ed urbanistiche di carattere permanente nella zona censuaria.

Analogamente alle norme precedentemente citate, la determinazione delle tariffe d’estimo e dei quadri di qualificazione e classificazione – cfr. art. 4, comma 3, e art. 6, del d.p.r. n. 138 del 1998 – sono sottoposti all’approvazione della commissione censuaria.

 

5. Illegittimità della procedura per la revisione del classamento per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento.

Anche a ritenere che il riclassamento effettuato in base a quanto previsto dalla legge finanziaria del 2005 sia un procedimento speciale, e che quindi non trovino applicazione le norme di cui al d.p.r. n. 138 del 1998, l’Amministrazione avrebbe dovuto rispettare le regole dettate dalla legge n. 241 del 1990, che disciplina in via generale ogni procedimento amministrativo.

Ma neanche questo, come subito si dirà, è avvenuto.

Infatti, nessuno dei cittadini cui è stato notificato l’atto di classamento ha ricevuto l’invio della comunicazione dell’avvio del procedimento di riclassamento: ciò comporta una violazione dell’art. 8 della legge n. 241 del 1990.

Ben vero che la determinazione dell’Agenzia del Territorio con la quale si sono attivati i processi di revisione del classamento per le microzone 1, 2, 8 e 14 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 2005, n. 284. Ma, come affermato in giurisprudenza, “l’art. 8, comma 3, l. n. 241 del 1990 non consente di ritenere in astratto, sulla base di parametri prestabiliti anziché di un’attenta valutazione delle specificità proprie della singola vicenda amministrativa, che talune forme di pubblicità (come la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, nda) possano sostituire quella, fisiologica, costituita dalla comunicazione individuale; ciò tanto più quando il procedimento sia volto all’adozione di provvedimenti destinati ad incidere pesantemente su fondamentali posizioni soggettive: si impone, pertanto, un’adeguata e motivata valutazione amministrativa che, tenuto conto delle obiettive difficoltà prevedibilmente riscontrabili nel far luogo alla comunicazione individuale, individui le modalità alternative idonee a sortire un effetto di notiziazione tendenzialmente equivalente a quello proprio della cennata comunicazione individuale” (Cons. Stato, sez. VI, 11 maggio 2005, n. 2381).

Ma, ancora di più, l’obbligo di comunicare a ciascun interessato l’avvio del procedimento di riclassamento doveva ritenersi sussistente, poiché non è mai stato chiaro quali immobili e quali strade o piazze fossero ricomprese nelle microzone interessate al riclassamento.

A leggere la delibera del Comune di Milano del giugno 1999, con la quale è stata effettuata la suddivisione in microzone – e sulla cui illegittimità si tornerà in seguito – infatti, ci si accorge ad esempio che le microzone non sono state numerate seguendo il criterio dell’ordine crescente dei numeri (1, 2, 3, 4 etc.); esse sono state invece numerate utilizzando un sistema misto più complesso (A 01, A 02, A 03, A 04; B 01… B 06; C 01….C 12; D 01….D 29; E 01…03). Ciò ha nei fatti realizzato la non coincidenza delle 4 zone interessate dal riclassamento rispetto alla classificazione effettuata dalla delibera comunale.  In altre parole, le microzone  n. 1, 2, 8 e 14, non esistono, così come descritte nella determinazione dell’Agenzia del territorio. Esistono le microzone A 01, B 01, C 01, D 01 ed E 01.

Ora, l’incertezza circa la delimitazione delle microzone ha reso di fatto impossibile (o comunque molto difficile) per il singolo cittadino sapere se l’immobile di cui è proprietario fosse o meno interessato alle operazioni di riclassamento: aspetto che a maggior ragione avrebbe dovuto imporre la comunicazione dell’avvio del procedimento.

D’altra parte, siffatta comunicazione dovrebbe consentire agli interessati di intervenire nel procedimento stesso. Ma è del tutto evidente che in questo caso ciò non è potuto accadere, con grave pregiudizio dei cittadini interessati.

Né si potrà obiettare fondatamente che l’art. 13, comma 2, della legge citata n.241/1990 dispone l’inapplicabilità ai procedimenti fiscali delle norme contenute nel capo III, comprendente anche quelle che disciplinano la partecipazione dei cittadini, conformemente alle modalità previste dalla legge, ai procedimenti amministrativi e la comunicazione preventiva del loro avviamento.

L’attività esclusa dalla partecipazione del cittadino è quella riguardante la vera e propria funzione impositiva, ovverosia la preparazione, con la connessa istruttoria, e l’emissione degli atti con cui si accerta una violazione fiscale e si esige il tributo o il maggior tributo conseguente.

Sono invece estranei alla deroga stabilità dall’art.13, comma 2, i procedimenti mediante i quali si determinano prodromicamente le condizioni e i presupposti per esigere, nei singoli casi concreti, l’imposta e per calcolare la misura, nonché verificare l’eventuale evasione del contribuente.

La revisione catastale è riconducibile esemplarmente a questa seconda ipotesi, nonostante l’uso di una terminologia impropria per definire l’atto fiscale attributivo della rendita, oggetto della revisione stessa.

Con il procedimento, che si conclude con quell’atto, si determina infatti la qualità e la classe di un’unità o di più unità immobiliari, con la conseguente determinazione della rendita secondo i criteri previsti, e quindi si compie un’opera preparatoria (e solo questo) delle future pretese impositive.

D’altronde lo stesso ordinamento, riguardante il catasto e il suo aggiornamento prevedono la facoltà per gli interessati di intervenire nel procedimento, presentando osservazioni; dunque, a maggior ragione, occorre la comunicazione dell’avviamento, non essendo bastevole la solo pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

6. Illegittimità dell’atto finale del procedimento per carenza di motivazione dell’atto stesso

Va ancora osservato, sempre con riferimento alle violazioni della legge n.241 del 1990, che la motivazione dei provvedimenti notificati ai cittadini è assolutamente generica e non dà affatto conto delle ragioni che hanno portato alla modifica del precedente classamento.

Ben vero che nella motivazione si dà spiegazione – oltremodo generica – delle cause che hanno indotto al riclassamento (la riqualificazione urbana  delle microzone, il mutato quadro socio-economico delle zone oggetto di intervento, la disomogeneità di classamento tra immobili classati in epoca remota e quelli classati più di recente), ma non si spiega affatto come si sia giunti al classamento attuale del singolo immobile.

La motivazione del provvedimento si limita genericamente ad affermare che l’Ufficio provinciale ha effettuato “un raffronto con unità assunte a riferimento utilizzando il quadro tariffario vigente”, e che “rispetto all’epoca del classamento originario sono stati acquisiti con apposita verifica, i caratteri tipologici e costruttivi, considerati nell’ambito della relativa ubicazione, e, attraverso l’esame della documentazione già in possesso dell’Ufficio provinciale (dichiarazione e planimetrie), sono state verificate le dimensioni e la distribuzione degli ambienti”.

Il singolo cittadino non ha pertanto alcuna possibilità di sapere, nel caso concreto, il motivo per cui l’immobile di sua proprietà è oggi classificato in modo diverso rispetto a quanto succedeva in precedenza. Tutto questo in quanto l’Agenzia del Territorio, non disponendo delle unità immobiliari tipo, ha dovuto far riferimento a criteri generici che di fatto non consentono di individuare le peculiarità che differenziano in modo specifico gli immobili.

E, d’altra parte, le già richiamate modalità con cui la definizione delle qualità e classi e del relativo classamento sono avvenuti – ovvero con un’operazione effettuata senza svolgere i necessari accertamenti in loco sulle singole unità immobiliari – e il mancato raffronto con le unità immobiliari tipo hanno impedito  all’Amministrazione di motivare correttamente i vari atti di riclassamento. Proprio perché nessuna indagine concreta ed effettiva su tali unità immobiliari è mai stata realizzata, la motivazione del nuovo classamento non può che essere del tutto generica.

 

7. Illegittimità dell’atto presupposto: la delibera del Consiglio comunale di individuazione delle microzone

Come si è detto, il riclassamento è avvenuto soltanto in alcune microzone del Comune di Milano. Ora, Assoedilizia ritiene opportuno segnalare che anche la delibera del giugno del 1999 emanata dal Comune di Milano – che in questa sede rileva quale atto presupposto degli atti di accertamento inviati dall’Agenzia del Territorio – presenta vizi di illegittimità

La necessità di evidenziare l’illegittimità della citata delibera del Comune di Milano discende da quanto affermato dalla sentenza della II sezione del TAR Lombardia n. 987 del 2006.

In quella circostanza, infatti, Assoedilizia aveva richiesto l’annullamento, insieme alle determinazioni dell’Agenzia del Territorio pubblicate sulla Gazzetta ufficiale che informavano dell’avvio del procedimento di riclassamento, proprio della delibera del Comune di Milano che istituiva le microzone. Ebbene, in quella circostanza, il TAR evidenziò come il ricorso fosse diretto “contro provvedimenti soltanto strumentali rispetto all’eventuale rettifica del classamento delle unità immobiliari coinvolte dal processo revisionale, laddove invece è proprio ed esclusivamente la suddetta eventuale rettifica a rappresentare il provvedimento impugnabile, se lesivo della situazione soggettiva dell’intestatario dell’unità immobiliare oggetto della revisione catastale”. Pertanto, dagli atti allora impugnati – secondo il giudizio del TAR – i ricorrenti non subivano alcun pregiudizio concreto ed attuale, essendo questi atti “meramente preparatori e propedeutici rispetto all’emanazione agli atti puntuali di revisione del classamento per gli immobili ricadenti nelle zone sottoposte al processo revisionale”.

Dunque, ora che effettivamente gli atti di accertamento sono stati emanati e notificati, è necessario evidenziare l’illegittimità anche della delibera con la quale il Comune di Milano è stato suddiviso in microzone. Infatti, la delibera costituisce proprio il presupposto della procedura di riclassamento.

Ciò premesso, va innanzitutto osservato che l’individuazione dei dati di cui si è avvalsa l’Amministrazione per la classificazione delle microzone é stato il frutto di una operazione irragionevole e arbitraria da parte dell’Amministrazione stessa.

I dati da cui il Comune di Milano ha infatti tratto spunto per pervenire all’individuazione delle microzone si riferivano ai prezzi di vendita e ai canoni di locazione del triennio 1992-1994 e non all’OMI (Osservatorio del Mercato Immobiliare) che rappresenta la fonte più attendibile dei valori immobiliari.

Suddette valutazioni non potevano essere utilizzate alla data di adozione della delibera dal momento che esse erano l’espressione dell’andamento di un mercato immobiliare che non trovava più rispondenza già nel momento di adozione della delibera citata.

In secondo luogo, occorre evidenziare che la delibera di divisione del territorio in microzone non ha tenuto assolutamente conto, nelle sue scelte, delle indicazioni date dal precetto legislativo che ha costituito il fondamento normativo della delibera stessa.

L’art. 2 D.P.R. 138/1998, nel prevedere i principi cui le amministrazioni avrebbero dovuto attenersi, non si limita, infatti, a definire la microzona come insediamento omogeneo, ma detta gli elementi di insieme e di dettaglio che devono concorrere al fine della individuazione della zona comprendente gli insediamenti da accomunare sotto il profilo della stessa disciplina.

Gli elementi sono complessi e si riferiscono da una parte ai caratteri generali dell’insediamento quali le caratteristiche di posizione, urbanistiche, storico-ambientali, socio-economiche oltre la dotazione dei servizi e delle infrastrutture urbane, e dall’altra parte alle caratteristiche delle singole unità immobiliari, quali la tipologia dell’immobile, l’epoca di costruzione, le destinazioni prevalenti, la redditualità e il valore.

Nella relazione di premessa alla delibera in questione si fa riferimento a valutazioni e studi in riferimento solo ad alcuni degli elementi indicati dalla legge.

Si parla infatti di dati ricavati dall’analisi territoriale delle «aree di mercato» su valori commerciali e locativi, dotazioni di servizi e presenza di infrastrutture, ma non si rinviene nessuna indicazione sulla ricerca che avrebbe dovuto essere volta ad individuare la presenza di elementi di omogeneità per caratteristiche tipologiche, epoca di costruzione, caratteri storico-ambientali, urbanistici e socio-economici.

Proprio questo é il contenuto del dettato normativo: la microzona non solo dovrebbe radunare immobili aventi la medesima rendita di posizione ma non potrebbe ricomprendere unità immobiliari costruite, ad esempio, in epoche diverse e con caratteristiche socio-economiche di natura diversa.

La suddivisione del Comune di Milano si limita invece a perimetrare zone con localizzazioni contigue, servite dalle stesse infrastrutture e con funzioni prevalenti relativamente omogenee. Il risultato è che nella stessa zona sono ricompresi immobili nuovi e antichi, di lusso e di edilizia popolare ed in definitiva con caratteristiche assolutamente diverse: il che è in contrasto con la ratio della legge che intendeva nella sostanza raggiungere un sistema che fosse strumento di facile applicazione nel procedimento di imposizione fiscale.

Non solo: nell’indicare gli elementi distintivi delle singole microzone l’Amministrazione inserisce un elemento che la legge non prevede.

Per ogni microzona, infatti, viene indicato un valore commerciale minimo, massimo e di massima frequenza delle singole unità immobiliari ricomprese nella zona stessa..

I numeri dei valori, così come indicati, non possono avere nessuna attendibilità perché altro non sono che numeri segnalati da organizzazioni commerciali che controllano l’andamento momentaneo del mercato e senza alcun riferimento all’OMI, numeri che oltretutto si riferiscono ad un momento che non trova rispondenza nella realtà economica alla data di adozione della delibera.

Da un esame anche superficiale di alcuni dei raggruppamenti relativi a determinate microzone si può verificare la errata valutazione delle situazioni di fatto, l’irrazionalità e la manifesta ingiustizia della individuazione realizzata dalla delibera comunale.

Infatti, e solo per consentire a questo Ecc.mo Garante di avere una conferma dell’irragionevolezza della divisione, si segnala:

a)            Il tratto esterno di via Vittorio Emanuele viene valutato di più del tratto centrale.-

b)            via Monte Napoleone é divisa in due: il tratto più esterno, verso via Manzoni, vale oltre il 10% in più rispetto al tratto verso S. Babila e così le vie circostanti.-

c)            Via Torino – via Palla – via Piatti – Il Carrobbio, valgono il 10% in più di via Larga – via Albricci – piazza Diaz – Torre Velasca.-

d)            Corso di Porta Romana – Crocetta – via Marchiondi come valore medio sono stimati oltre il 10% in più rispetto a Corso Venezia – via Serbelloni – via Mozart – via Cappuccini – piazza Duse – Corso Monforte.-

e)            Lo stesso valore viene attribuito da un lato a via Paleocapa – Foro Buonaparte – Piazza Castello – via Parini; dall’altro a Via Palermo – Via Marsala – Via Milazzo – Largo La Foppa – Via Paolo Sarpi – Via Lomazzo – Via Bramante – Via Maroncelli – Via Tazzoli – Via Pasubio.-

f)             Via Palermo – Via Marsala – Via Milazzo – Largo La Foppa – Via Paolo Sarpi – Via Lomazzo – Via Bramante – Via Maroncelli – Via Tazzoli – Via Pasubio: in tutte queste zone si hanno valori superiori a quelli di S. Barnaba – Guastalla – Corridoni – Passione – Bellini – Donizetti.

 

8. Segue: altri aspetti di illegittimità della delibera del Consiglio comunale di Milano

La deliberazione assunta dal Consiglio comunale di Milano nel giugno del 1999 è viziata anche per altro aspetto.

L’art.1, comma 335, della legge già citata n. 311 del 2004, dalla quale trae origine il riclassamento di cui si discute, stabilisce che la revisione parziale riguarda le unità immobiliari site in microzone comunali “per le quali il rapporto tra il valore medio di mercato” stabilito secondo le norme vigenti “e il corrispondente valore medio catastale”, rilevante per l’applicazione dell’imposta comunale sugli immobili, “si discosta significativamente dall’analogo rapporto relativo all’insieme delle microzone comunali”.

L’anomalia eventuale dei valori, in una microzona, è accertata – secondo l’unico metodo consentito dalla norma – comparando il rapporto tra le due grandezze economiche predette (ovverosia il cosiddetto valore di mercato e quello costituente la base imponibile dell’ici), all’interno di quella stessa microzona, con il rapporto analogo, relativo all’”insieme” delle microzone.

E’ dunque indispensabile suddividere preventivamente tutto il territorio comunale in settori minimi per prestabilire il parametro di comparazione voluto dalla norma. L’insieme, cui questa si riferisce, non può essere infatti altro che l’intera superficie del comune, poiché non è ragionevole ritenere che all’amministrazione locale sia concesso di definire, a sua discrezione, il perimetro di alcune microzone scelte magari ad arte, per prefissare uno degli elementi di raffronto.

La determinazione solo di quattro ambiti minimi viola perciò il suddetto precetto normativo.

 

9. Illegittimità della procedura per discriminazione a danno dei proprietari degli immobili oggetto del riclassamento

Come certamente noto all’Ecc.mo Garante, l’art. 3, comma 48, della legge n.662 del 1996, stabilisce che “fino alla data di entrata in vigore delle nuove tariffe d’estimo, le vigenti rendite catastali urbane sono rivalutate del 5 per cento ai fini dell’applicazione dell’imposta comunale sugli immobili e di ogni altra imposta”.

Ora, pur essendo la norma citata di ambigua interpretazione, non pare possibile escludere che anche alle rendite adeguate – con il conseguente aumento – a seguito del classamento, sarebbe applicabile la rivalutazione del 5%.

Da una parte, infatti, la norma specifica che la rivalutazione riguarda le rendite “vigenti”; e tali sono solo quelle iscritte nei registri catastali alla data in cui, per effetto del comma 52 dell’art. 3 della legge n. 662 del 1996 citata, la norma è applicabile (ovverosia al 1 gennaio 1997). Quindi sarebbero estranee alla rivalutazione le rendite successivamente determinate: e poco o nulla dovrebbe importare che esse derivino da un’operazione compiuta per la prima volta o da una revisione. Del resto, se l’aumento compensa il ritardo con il quale l’estimo è aggiornato, sembrerebbe incontrovertibile che a quell’aumento non possa essere assoggettata la rendita rivista proprio per adeguarla – così si afferma – alla mutata situazione di fatto.

Dall’altra parte, però, con l’espressione “nuove tariffe d’estimo” si fa riferimento ad una correzione generale e sistematica di tutte le rendite edilizie, mediante la fissazione di nuovi valori determinati in modo astratto e successivamente applicati, in funzione di classamenti eventualmente aggiornati, al singolo caso.

Se quest’ultima fosse l’interpretazione prevalente, dunque, l’aumento percentuale nella misura predetta si applicherebbe anche alle rendite frutto della revisione parziale e occasionale, con un’indubbia iniquità discriminatoria.

Ciò si sostanzierebbe in un ulteriore danno dei proprietari i cui immobili sono stati oggetto di revisione.

Per tutti questi motivi

ASSOEDILIZIA chiede all’ecc.mo Garante del contribuente di esercitare tutti i poteri attribuitigli dall’art. 13 della legge n. 212 del 2000, ed, in particolare, di attivare le procedure di autotutela ivi previste.

Chiede inoltre, in spirito di collaborazione, di poter essere ascoltata dalla S.V., in persona del suo Presidente, assistito come sopra.

Con ossequio

 

Avv. Achille Colombo Clerici

 

Prof. avv. Gianfranco Gaffuri

 

Prof. Mario Polelli

 

Prof. avv. Nicolò Zanon

 

 

Comunicato stampa Assoedilizia: Ricorso al Garante per il contribuente

marzo 13, 2009


 ASSOEDILIZIA

 

Assoedilizia comunica di aver presentata al Garante del Contribuente di Milano, con l’assistenza dei proff. Gianfranco Gaffuri – Ordinario di Diritto tributario nella Università degli Studi di Milano, prof. Mario Polelli Ordinario di Estimo e prof. Nicolò Zanon Ordinario di Diritto Costituzionale entrambi nella medesima Università, una SEGNALAZIONE al Garante del Contribuente di Milano, in merito ai procedimenti che hanno portato alle notificazioni degli avvisi di accertamento di nuovi classamenti,  da parte della Agenzia del Territorio, relativamente alla revisione catastale generale attuata nelle quattro microzone della Città di Milano.

 

La domanda è quella di attivare i controlli sulla regolarità giuridica dell’intero procedimento, con intervento, se del caso, in via di autotutela per giungere all’annullamento degli atti intercorsi nelle diverse fasi del procedimento.

 

Il testo del ricorso è pubblicato nei siti internet:

www.assoedilizia.com e www.lariformastatale.wordpress.com

 

Articoli pubblicati su “Il Giorno” dell’11 marzo 2009

marzo 12, 2009

il-giorno1

il-giorno2

il-giorno3

Tavola Rotonda “Politiche per l’Edilizia e la qualità delle città”

marzo 10, 2009


ISTITUTO NAZIONALE DI URBANISTICA   QUADERNI DEI DEMOCRATICI

 

Milano, 16 Marzo, ore 17

Politecnico, via Bonardi 3, Aula Rogers

 

POLITICHE PER L’EDILIZIA E LA QUALITA’ DELLE CITTA’

 

Contributo al dibattito in corso

Intervento di saluto di Piercarlo Palermo

Preside della Facoltà di Architettura I, Politecnico di Milano

 

TAVOLA ROTONDA

 

 

Partecipano: Franco Arosio, Presidente F.I.A.I.P.

Achille Colombo Clerici, Presidente ASSOEDILIZIA

Claudio De Albertis, Presidente ASSIMPREDIL

Damiano Di Simine, Presidente Legambiente Lombardia

Pierluigi Mantini, Politecnico di Milano, Camera dei Deputati

Carlo Masseroli, Assessore al Territorio del Comune di Milano

Federico Oliva, Presidente Istituto Nazionale di Urbanistica

Daniela Volpi, Presidente Ordine degli Architetti di Milano

 

Modera: Simonetta Scarane, Italia Oggi