Archivio per febbraio 2009

Assoedilizia – A commento delle dichiarazioni del Signor Giorgio Armani dichiarazione del Presidente Achille Colombo Clerici

febbraio 27, 2009

 
“Ci mancherebbe pure che si incrinasse il rapporto tra la moda e la città di Milano.

In questa congiuntura economica sfavorevole la nostra città ha bisogno più che mai dell’impulso che questo settore può dare alla sua immagine ed alla sua attrattività: a parte il concreto contributo che ogni operatore offre in termini di attività diretta e di indotto.

 

Non dimentichiamo che Milano ha vissuto, in questi anni un processo di riconversione economico-sociale senza pari: con la perdita di oltre 200.000 posti di lavoro nei settori industriale,artigianale e commerciale.

 

E che solo grazie alle sue straordinarie attrattività e competitività basate anche sulla capacità di fare immagine nel mondo, essa è riuscita a non imboccare la via del declino ed a riconvertirsi ad altre funzioni fortemente innovative ; e la moda, è stata uno dei principali protagonisti di tale reattività.”

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Il Premio Internazionale “Amici di Milano per i giovani” 2009

febbraio 26, 2009


Il Premio Internazionale Amici di Milano per i Giovani – Targa d’argento del Presidente della Repubblica e della Regione Lombardia –   giunto alla settima  edizione, verrà consegnato martedì 10 marzo  alle ore 18,30  a Palazzo Marino-Sala Alessi

 La Giuria ha inoltre deliberato di intitolare la presente edizione del Premio alla memoria di Nicola Bruti Liberati: giovane milanese, scienziato nella materia della matematica finanziaria e quantitativa, docente nella University of Technology di Sydney, scomparso l’anno scorso in un tragico incidente stradale in Australia, mentre si recava all’Università per l’insegnamento. 

 

Premiati:  Germano Antonucci, giornalista – Giorgio B. Boncoraglio, neurologo-neurobiologo – Giorgio Casati, violoncellista – Roberto Cuoghi, artista – Anna Della Rosa, attrice – Marco Fiore, chirurgo-oncologo – Fabio Nobile, ingegnere elettronico. Menzione speciale: Simone Cimino, imprenditore – Gigliola Curiel, stilista.

 

Il Premio Internazionale Amici di Milano intende rendere merito ai giovani che abbiano conseguito, nei confronti della città di Milano e della Lombardia, un titolo di benemerenza per un’attività o un’opera svolte che, nel contesto nazionale o internazionale, abbiano illustrato la città di Milano e la regione.

 

“La borghesia della cultura, delle professioni, delle imprese ha fatto grande Milano: l’associazione Amici di Milano – afferma il suo Presidente avv. Achille Colombo Clerici – intende impegnare la borghesia motore della società e interprete del ruolo, unitamente ad altre forze, di artefice del  destino della città”.

 

 L’associazione non ha fini di lucro, è apartitica e, con una visibile mobilitazione della società civile per il progresso, il miglioramento della qualità della vita della città, si propone di consolidare e rafforzare la presenza di quella classe dirigente che, animata da storica passione civile, ha da sempre a cuore il primato di Milano. Classe dirigente che Amici di Milano ricorda costantemente, onorando la memoria delle grandi figure che ne hanno fatto parte; affinché i principi che hanno guidato la loro vita siano di esempio ai giovani.

 

Fra gli scopi di Amici di Milano ci sono il desiderio e l’esigenza forte di creare le premesse e le condizioni per la formazione e la crescita di una nuova generazione, che si faccia a sua volta classe dirigente di alto profilo. Riconoscere e premiare questi giovani è l’obiettivo del Premio Internazionale Amici di Milano.

 

Il Comitato-Giuria, che ha vagliato le molte segnalazioni giunte da esponenti della cultura, della scienza, dell’economia, è composto da:  Gae Aulenti, Giulio Ballio, Giuseppe Barbiano di Belgiojoso, Mario Boselli, Diana Bracco de Silva, Giuseppe Branca di Romanico, Giuseppina Bruti Liberati, Achille Colombo Clerici, Ferdinando Cornelio, Valentina Cortese, Ferruccio de Bortoli, Enrico Decleva, Adriano De Maio, Sergio Escobar, Federico Falck, Maria Teresa Fiorio, Carlo Fontana, Renato Mannheimer, Guido Martinotti, Lorenzo Ornaghi, Angelo Provasoli, Lina Sotis, Pasquale Spinelli, Gianni Vallardi, Umberto Veronesi, Sergio Zaninelli.

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“I nomi che hanno fatto grande Milano” – Articolo pubblicato su “Lusso” febbraio/marzo 2009

febbraio 24, 2009

di Benito Sicchiero

Probabilmente nessuna città d’Italia è (è stata?) città aperta come Milano. Capace di formare e accogliere nuova aristocrazia dell’industria, del commercio, delle professioni.
D’altronde come spiegare altrimenti il fatto che essa è diventata la locomotiva economica ed innovativa del Paese, la sola capace di reggere il confronto con le città simbolo dell’Europa?
Quando Napoleone fece costruire a tempo di record la strada del Sempione “pour faire passer les canons” e quando il milanese senatore Jacini fece realizzare il traforo ferroviario del Gottardo vincendo le resistenze di chi temeva l’invasione (allora) dal nord, Milano, la Lombardia e l’Italia tutta non videro arrivare né cannoni né turbe di protestanti e di industriali rapaci. Giunsero nuove idee, capitali, modernità: i Falck dall’Alsazia, i Toeplitz (Banca Commerciale) dalla Germania, Ginori e Hoepli dalla Svizzera. L’apertura di Milano al progresso scientifico e tecnologico nell’Italia ottocentesca ancora largamente rurale e oscurantista ne garantì il primato che mantiene tutt’ora, seppure sotto altre forme.
La grande borghesia imprenditoriale piantava radici nel fertile terreno dissodato nei secoli precedenti dall’aristocrazia dei Visconti, spietati e sanguinari ma che resero Milano grande e protagonista dell’Umanesimo chiamando artisti, Giotto tra tutti, e scienziati; di Francesco Sforza, protagonista di quella sottile arte delle alleanze, politiche e finanziarie – una specialità non sempre avveduta dei milanesi – cui si deve tra l’altro il primo moderno ospedale del mondo (la Cà Granda);  di Lodovico il Moro che fece di Milano l’Atene d’Italia chiamando Leonardo (e finì in rovina, giungendo a vendere persino le mura della città per saldare i debiti); dei Borromeo che arginarono per secoli la vincente influenza calvinista nel centro Europa.
Nei secoli successivi compaiono altre grandi famiglie che continuano a plasmare la città e la regione nelle arti, nella politica, nell’economia: i Melzi d’Eril, che contribuirono all’affermarsi dell’idea dell’unità nazionale; i Belgiojoso, con grandi contributi all’architettura (Torre Velasca), alla democrazia (Ludovico, esponente della Resistenza, deportato ad Auschwitz);  i Caproni che, con l’aviazione, portarono Milano al vertice della tecnologia mondiale (vendettero aerei pure agli americani). E poi i Pirelli, i Crespi, i Breda, i Moratti, Mondadori, Rizzoli, Salmoiraghi. 
Di generazione in generazione – come si evince dal lussuoso volume “Milano Le grandi famiglie Nobiltà e borghesia” edizioni Celip –  si tramandano valori “di laboriosa allegrezza, di dura e talora opaca disciplina, la legittima brama del guadagno, del benessere, una solidità cordiale e civile” (Carlo Emilio Gadda). Certo, ad aristocrazia ed alta borghesia si possono legittimamente imputare albagie, sfarzi, eccentricità e durezze. Ma queste famiglie si sono distinte per il rispetto del risultato, per l’adesione ad un codice etico condiviso, per la predisposizione a una instancabile mobilità sociale, una autentica civiltà che così si esprimeva: se non si dà, non si è classe dirigente. In salute, assistenza, istruzione e formazione. “Qui – osservava Carlo Cattaneo – il povero riceve una più generosa parte di soccorsi che altrove”. Siamo a metà dell’Ottocento, quando Milano si paragonava a New York. E’ la capitale morale, il centro più moderno ed evoluto del Paese. Le grandi famiglie si occupano di cose che ritengono fondamentali: il lavoro, l’economia, i giornali, la cultura … La politica è vista come una scienza inferiore, come qualcosa di meno nobile che si può lasciare a Roma o a Torino. Un atteggiamento di superiorità che passa dalla nobiltà risorgimentale alla borghesia milanese, e che si rivelerà disastroso.
La sfida è, oggi, adeguare la tradizione alle mutate condizioni.  Sulle grandi famiglie deluse dal prorompere dei disvalori, spesso d’importazione, continua  a gravare una grande responsabilità morale: continuare a diffondere una coscienza civile, sociale, culturale. Altrimenti Milano sarà semplicemente, poveramente, ricca.

IL RUOLO DI ASSOEDILIZIA NEL RIDARE VOCE E VISIBILITA’ ALLE FAMIGLIE PATRIZIE E ALL’ALTA BORGHESIA

A Milano l’aristocrazia e l’alta borghesia, a differenza di quanto avviene in altre città dove si ritrovano in circoli esclusivi e in salotti riservati,  hanno una voce pubblica e autorevole: Assoedilizia. Nella giansenista capitale economica del Paese i blasonati proprietari terrieri dei secoli precedenti diventati proprietari immobiliari ed i più recenti esponenti dell’alta borghesia imprenditoriale, anch’ essi investitori nel mattone, si sono riuniti (1884) nella Associazione dei Proprietari di Case: rispondendo così, in maniera dinamica, all’esigenza di organizzazione, in forme nuove, degli interessi sociali ed economici. 

Da allora l’associazione, che negli anni ha cambiato nome, ha svolto un ruolo di tutela della tradizione e della continuità avendo bene al centro la famiglia e i suoi valori: in primis laboriosità e risparmio, ma anche solidarietà e capacità di innovarsi: la milanesità  in una parola. Valori, che hanno consentito la ripresa dopo la catastrofe bellica e le grandi trasformazioni socio-economiche, di cui Assoedilizia costituisce uno dei più visibili punti di collegamento con il territorio e con le forze di governo che  si susseguono nel tempo.

Anche se nei palazzi delle grandi famiglie si è fatta la storia di Milano e spesso d’Italia (qui, per citare, sono nati l’associazionismo e il sindacalismo cattolici e socialisti, il fascismo, ma pure la liberazione)  aristocratici ed altoborghesi privilegiavano l’understatement ed il low profile. Una incongruenza anacronistica nell’era della comunicazione come portato della civilta’ dell’immagine. Diventato presidente di Assoedilizia Achille Colombo Clerici, esponente del milieu, si è reso conto che quanto gelosamente difeso e tramandato rischiava di essere travolto da altri e meno nobili valori supportati dalla grancassa massmediatica. Il suo impegno si è tradotto nel far conquistare ad Assoedilizia una influenza e una visibilità mai prima registrate.

Oggi è la più rappresentativa e la più radicata nel territorio fra le organizzazioni dei proprietari di casa.  Coordina la Federazione Lombarda della Proprietà Edilizia, presente in tutti i capoluoghi di provincia e nelle città principali con 26 tra associazioni locali e delegazioni. Solo a Milano conta 8.500 associati tra cui 1.200 investitori istituzionali nell’immobile – banche, compagnie di assicurazione, enti, società immobiliari – e 2.700 amministratori di condominio. Rappresenta oltre 100.000 famiglie ed estende la sua influenza a larghe fasce della popolazione lombarda.

Nel direttivo siedono alcuni dei nomi più rappresentativi dell’alta borghesia e del patriziato lombardi. 

Assiste il piccolo proprietario, come la grande società immobiliare in ogni problematica che riguarda l’abitazione e l’immobile in generale,  e interviene  sui temi che riguardano  l’attuazione di una efficiente politica della casa e dell’investimento edilizio.  Ma – questo è il suo valore aggiunto – la sua funzione va al di là dei confini degli stretti interessi del settore. Convinta che vivere, ed abitare meglio significhino migliorare e valorizzare l’ambiente che ci ospita, Assoedilizia si impegna nella protezione e nella tutela del territorio attraverso il Cescat-Centro Studi Casa Ambiente e Territorio, avendo quali obiettivi il decoro della città, lo sviluppo delle infrastrutture, la   sicurezza della casa e nella casa e nella citta’. Essa opera in stretto contatto e collaborazione (critica ove occorra) con Parlamento, Governo,  Regione, Comuni, Province, enti , organizzazioni, istituzioni private e pubbliche anche attraverso convegni, conferenze stampa, studi e ricerche, interventi legislativi, comunicati stampa, rubriche radiotelevisive, ecc,.

Assoedilizia ha patrocinato la nascita dell’associazione Amici di Milano che raccoglie una buona rappresentanza del milieu aristocratico-borghese, culturale, professionale e imprenditoriale. Tra le iniziative di Amici di Milano, il Premio internazionale-targa d’argento del Presidente della Repubblica, per i giovani milanesi emergenti.

  

Achille Lineo Colombo Clerici

Achille Lineo  Colombo Clerici, avvocato,  è nato a Milano nel 1941.  E’ sposato, due figlie.

E’ impegnato nella vita associativa ricoprendo, tra altre, le cariche di Presidente di Assoedilizia-Associazione della proprietà edilizia,  Presidente della Federazione lombarda della proprietà edilizia, Vicepresidente di Confedilizia, dell’Ucid-Unione cristiana imprenditori e dirigenti di Milano e della Federazione della Proprietà Fondiaria; è fondatore e membro di giunta della Fondazione Carlo Cattaneo di Lugano, vice presidente della Fondazione culturale Vittorino Colombo, presidente dell’associazione Amici di Milano e dell’associazione Amici dei Grandi Alberghi. Molti gli incarichi ricoperti in precedenza, tra cui quello di  componente del Commissariato del Governo per il Controllo della Regione Lombardia e di consigliere della Diocesi di Milano.

Consulente della Regione Lombardia e del Comune di Milano.

La profonda conoscenza di Milano, la rappresentanza delle famiglie storiche che hanno edificato e fatto grande e prospera la città, l’ impegno nel sociale e la notevole cultura gli consentono a buon diritto di affrontare, con conoscenza di causa, i temi legati ai molteplici aspetti della città e dell’ambiente e del territorio.

 

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“La Milano del futuro non deve aver paura del cemento in periferia” – Intervista al Presidente di Assoedilizia Avv. Achille Colombo Clerici, pubblicata su www.ilgiornale.it del 22.2.2009

febbraio 23, 2009

 
Di Gianandrea Zagato 

Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, ha suscitato clamore l’annuncio dell’Assessore allo Sviluppo del Territorio Carlo Masseroli di voler portare Milano, da qui al 2030, a due milioni di abitanti (oggi sono ufficialmente meno di 1.300.000). Cosa ne pensa? A parte il fatto che già oggi gli abitanti, tra residenti, irregolari e city users – senza contare i pendolari – sono quasi 1.700.000, credo che chi ha agitato la polemica abbia scambiato un semplice slogan, una filosofia di indirizzo economico-sociale, con un programma, anzi con un piano urbanistico dell’Amministrazione comunale: decisione che è ancora di là da venire. E comunque anche tra i piani e la realtà c’è di mezzo…». Milano ha comunque necessità di adeguarsi al futuro, di ridisegnare il territorio. L’ultima volta che la città ha disegnato il proprio futuro, con la variante del 1980 al piano regolatore del ’53, ha puntato su due obiettivi: l’aumento della popolazione e il rafforzamento della funzione industrial. Obiettivi dimostratisi però sballati. Anche perché basta un 11 settembre finanziario come quello di cinque mesi fa per mettere in crisi tutti le previsioni più ragionate. Va dunque letta quella affermazione come un’aspirazione dell’amministrazione per realizzare la quale, oggi come oggi, a mio parere, non ci sono né le condizione economiche generali né, sulla base degli attuali rapporti indicativi della capacità insediativa teorica, quelle urbanistiche ovvero la disponibilità di aree. In soldoni? Di un’aspirazione che miri in alto Milano ha assoluta necessità. Ha bisogno di una politica amministrativa che tenda a riportarla ad un livello di attrattività e di competitività internazionale in grado di farla uscire da una preoccupante china discendente. Il rapporto precario con lo Stato sul piano fiscale, la debolezza della nostra politica nel far valere le ragioni del territorio, una prospettiva di federalismo che per ora fa intravvedere profili di penalizzazione della nostra realtà e l’incerta sorte del nostro sistema aeroportuale con l’aggiunta del rischio che Expo 2015 produca un risultato minore a causa della crisi economica, sono alcuni fattori ed indicatori di un malessere che attanaglia Milano. Ed allora ben venga una politica amministrativa che ridia slancio alla città. Altrimenti? Con le idee ed i programmi minimalisti si finisce per diventare la periferia dell’Europa: altro che locomotiva e salvadanaio fiscale d’Italia. In ogni caso, non sarà la astratta capacità insediativa del futuro Piano di governo del territorio a creare problemi, ma semmai il modo nel quale lo stesso piano verrà attuato. Ma come valuta la questione degli indici edificatori aumentati? Non so proprio come mai sia stata tirata fuori la questione dei 2 milioni di abitanti, nel momento in cui si discuteva di aumentare gli indici edificatori territoriali del vecchio documento di programmazione urbanistica dell’anno 2000. Una misura certamente su cui riflettere, visto che si trattava di attribuire una volumetria ad alcune aree prima della entrata in vigore del sistema perequativo previsto dal piano di governo del territorio. Ma certamente una misura di portata limitata dal momento che interessava non più di 3 milioni di metri quadri di aree dei Piani integrati di intervento e semmai 1 milione e 700 mila metri quadri di aree a standard con vincolo decaduto». Traducendo, un maggior insediamento al massimo di undici, dodicimila abitanti. Esattamente. I termini della discussione avrebbero dovuto dunque essere diversi. Sembra però che Assoedilizia intravveda qualche rischio nella gestione del Piano di governo del territorio qual è stato presentato alla città. Ci può essere qualche rischio se si privilegiano le ragioni della città costruenda rispetto a quelle della città costruita. In che senso? Tre ragioni economiche potrebbero spingere il Comune a promuovere nuovi interventi edilizi a scapito di una attenzione alla parte più debole della città preesistente. Primo, il vantaggio derivante dal meccanismo della gestione dei volumi commerciabili ed eventualmente l’acquisizione delle aree svuotate di edificabilità. Secondo, l’incasso degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché l’acquisizione delle aree di cessione. E terzo elemento, l’iscrizione nei ruoli dell’Ici di tutte le nuove costruzioni. Il rischio è che vada in sofferenza la periferia popolare: la città nuova non deve essere realizzata in alternativa a quella esistente. Ed è per questo che occorre vigilare affinché ciò non avvenga. Concretamente, cosa potrebbe avvenire ? Se il Comune, spostando tutta la sua attenzione verso gli interventi di espansione, dovesse trascurare alcune zone, ad esempio quelle semicentrali delle periferie popolari permettendo il loro degradare, la tipologia più a rischio potrebbe essere proprio il condominio, dove il complesso meccanismo decisionale potrebbe portare alla paralisi operativa. La proprietà unica alla fine riuscirà sempre a salvarsi, al limite riconvertendo l’investimento. E la perequazione come può operare nel futuro piano di governo del territorio? Bisognerà istituire un’anagrafe delle aree oggetto di perequazione, come pure delle convenzioni urbanistiche, ad esempio quelle dell’housing sociale (per evitare disfunzioni in fase attuativa) e occorre garantire che il processo perequativo serva ad acquisire al Comune un patrimonio di aree verdi di pregio, e non, viceversa, si presti a conferire un valore economico ad aree che non ne hanno alcuno. Ma quali chances ha Milano di riprendere la storica vitalità ed ruolo di leadership in campo economico e sociale? Paradossalmente il proverbiale suo dinamismo è al tempo stesso un grande fattore propulsivo, ma in questi tempi di crisi anche un punto di debolezza. Come può essere? Può sintetizzarne le cause? Queste sono molteplici. Milano, davanti alla crisi economica in atto, ha più ridotti margini di resistenza, rispetto ad altre città dal minor dinamismo. Perché Milano ha dovuto in vent’anni metabolizzare una perdita di oltre 200.000 posti di lavoro, nel settore industriale e nell’indotto nonchè la chiusura di oltre 25.000 esercizi commerciali ed artigianali; ed ha dovuto supplire a questo vuoto, riconvertendosi velocemente ad altre funzioni. Un processo che non ha né precedenti né eguali nella storia delle città in era contemporanea. È l’etica del lavoro, tipica dello spirito ambrosiano, che ha consentito di vincere la scommessa. E, ora, quali sono a suo giudizio i quattro punti di forza di una politica amministrativa per il rilancio di Milano. Sicurezza, trasporti, ecologia, fisco. Quali sono i settori nei quali Milano si deve promuovere, per riconquistare il livello di attrattività internazionale che è andato affievolendosi? Questi, a mio parere, i fattori di progresso e di potere che possono costituire il fulcro di una politica amministrativa vincente: conoscenza ossia ricerca e innovazione, energia, comunicazione, servizi.

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Intervento alla conferenza stampa di presentazione del Premio Excellent per il Turismo che si terrà stasera presso l’Hotel Principe di Savoia di Milano

febbraio 20, 2009


Dichiarazione del presidente di Assoedilizia e della Associazione Italiana Amici dei Grandi Alberghi Achille Colombo Clerici:

 

“Quello del turismo è un settore che può progredire anche in tempi un cui crolla la produttività: perché il suo sviluppo non è in alcun modo legato ai limiti di capacità di assorbimento da parte del mercato, come avviene per i beni durevoli.

La progressione geometrica della  crescita del numero dei turisti nel mondo (dai 100 milioni di cinquant’anni fa agli attuali 900 milioni) ne è d’altronde la conferma.

 

Sicché il turismo potrebbe benissimo, in questa congiuntura economica rappresentare, la via di uscita per controbilanciare la stasi, la recessione di altri settori.

 

Purtroppo anche nella nostra città assistiamo ad un calo considerevole del bilancio turistico: quasi il 25% nel mese di gennaio 2009, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

E parallelamente si riscontra un sensibile calo dei viaggiatori in arrivo alla Stazione centrale.

 

Per l’anno scorso nel settore turistico, a livello nazionale, si registra un calo di fatturato del 6% .

 

Scontiamo l’incapacità di ridurre a sistema il ricchissimo asset del patrimonio turistico, nonché gli effetti di una miope politica di promozione del nostro turismo a livello internazionale. Anche nel settore del trasporto aereo: consideriamo ad esempio che in Spagna (il cui bilancio turistico rappresenta il 20 % del Pil, contro il nostro attuale 12%) la compagnia aerea nazionale ha stretto alleanze vincenti con partners esteri sinergici e con tour operators in grado di potenziare fortemente i flussi turistici dai Paesi sudamericani , da quelli orientali ed australi, nonché dal mondo anglosassone.

 

Con la politica miope, domestica e centro-meridionalista del vettore italiano, che si è alleato peraltro con una compagnia appartenente al Paese nostro maggior competitore, in campo turistico, l’Italia si appresterà a retrocedere anche dal quinto posto che detiene attualmente (dopo Francia, Usa, Spagna,  Cina) nella classifica dei paesi al maggior livello nel bilancio del settore turistico.

Il sistema aeroportuale milanese e lombardo (con i due scali complementari perfettamente efficienti di Malpensa e Linate) è un patrimonio che non deve essere disperso, ma va finalizzato al rilancio del nostro turismo locale e nazionale.

 

In particolare Milano e la Lombardia devono, mantenendo l’ospitalità di alto livello (alberghi a 4 e 5 stelle ed oltre) destinata agli operatori economici ed ai turisti di lusso, aumentare l’offerta nel settore del turismo medio (alberghi a tre stelle) al fine di permettere un consistente flusso di turismo di massa.

 

A questo proposito, va incrementata e integrata la collaborazione Milano-enti turistici della Lombardia (lacuali, montani, delle città d’arte) onde  offrire al turista, di stanza nel capoluogo, un itinerario completo nel resto della regione. Un piano di interventi strategico, coordinato dal competente assessorato regionale.”

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Intervento della Prof. Ombretta Fumagalli Carulli, Ordinario di diritto canonico ed ecclesiastico Università Cattolica del Sacro Cuore Accademica Pontificia per le Scienze Sociali “Concordato lateranense: libertà della Chiesa e dei cattolici”

febbraio 12, 2009

 
Desio, 7 febbraio 2009

CISD PIO XI

In occasione dell’80esimo anniversario dei Patti lateranensi

 

SOMMARIO – 1. Introduzione ; 2. Il Concordato lateranense nel quadro della politica concordataria di Pio XI; 3. Lo Stato-etico; 4. I contrasti tra concezione cristiana e concezione fascista; 5. Il conflitto con l’Azione Cattolica; 6. Bilancio finale

1. Introduzione

In un memorabile discorso del 13 febbraio 1929, due giorni dopo la firma dei Patti lateranensi, di fronte ai docenti e studenti della Università Cattolica del Sacro Cuore, con efficace breve espressione Pio XI sintetizza l’obiettivo del Concordato lateranense: “Ridare Dio all’Italia e l’Italia a Dio”[1]. Al Concordato con l’Italia è indissolubilmente collegato il Trattato lateranense con la soluzione della Questione Romana ( Simul stabunt, simul cadent, afferma Pio XI) ed il riconoscimento della personalità internazionale della Santa Sede, auspicata da Achille Ratti già da Arcivescovo nel corso della cerimonia per la presa di possesso della diocesi di Milano ( 8 settembre 1921) e poi nella sua prima Enciclica, Ubi Arcano (23 dicembre 1922) [2]: il Papa rinuncia al potere temporale (rivelatosi spesso condizionamento ed appesantimento per la libertà spirituale) e costituisce il piccolo Stato Città del Vaticano, finalizzato a garantire libertà ed indipendenza alla Santa Sede per l’adempimento della sua missione nel mondo. E’“quel minimo di corpo – afferma Pio XI- che serve a sostenere l’anima, come in San Francesco d’Assisi”.

Libertà della Chiesa e libertà dei cattolici sono finalità primarie. Lo Stato liberale, che storicamente precede lo Stato fascista, le ha sdegnosamente ostacolate, perseguendo una politica ecclesiastica ostinatamente separatista. Quando addirittura non perseguita la Chiesa, come sotto Crispi[3], sciogliendo congregazioni religiose ed incamerandone i beni, esso relega alla sfera meramente privata le manifestazioni del sentimento religioso ( “due parallele – secondo Giolitti- che non si incontrano mai”). Per dirla con una celebre frase di Benedetto Croce[4] del tutto conflittuale con il pensiero della Chiesa, lo Stato liberale “ha cura di anime e non solo di corpi, esercita per suo conto gli uffizii della moralità e della cultura, e non li delega ad altri e non accetta da altri il beneficio”.

La libertà come sollecitata dalla Chiesa è più o meno estesamente disattesa dai governanti liberali; se riconosciuta, lo è in virtù di una concessione unilaterale dello Stato. Unico “giudice del campo”, unico disciplinatore della vita sociale, insomma, è lo Stato. Persino Cavour, durante il periodo preunitario, pur avendo aperture di dialogo, non parla mai di “Libera Chiesa e libero Stato”, ma di “Libera Chiesa in libero Stato”: libertà sì, ma sotto lo Stato.

Il tentativo di giungere ad una disciplina concordata con la Chiesa, attuato nel 1921 da Vittorio Emanuele Orlando agli sgoccioli del periodo liberale, non riesce in conseguenza della caduta del Gabinetto Orlando e della ostilità anticlericale del re, Vittorio Emanuele III.

Il fascismo eredita dunque e porta a compimento una Conciliazione che, pur conflittuale con la dottrina liberale dello Stato, è “già nell’aria” [5]. Ed insieme l’incontro delle volontà delle due Alte Parti contraenti[6], realizzato 80 anni fa, segna una svolta.

Ma, poiché lo Stato fascista e la Chiesa di Pio XI muovono da differenti concezioni, la trattativa dapprima e la vita poi del Concordato sono costellate di momenti di tensione caratterizzanti l’attuazione concreta di alcune delicatissime libertà. 

2. Il Concordato lateranense nel quadro della politica concordataria di Pio XI

Per meglio inquadrare alcune tensioni, affrontiamo una polemica, che di tanto in tanto fa capolino: cioè che a spingere il Pontefice al Concordato lateranense sia la simpatia per il fascismo.

La polemica confonde lo strumento con l’obiettivo.

Certamente l’interlocutore della Santa Sede è un regime autoritario. Ma ciò non dimostra affatto che il Pontefice condivida l’ideologia fascista. Anzi, come vedremo, Papa Ratti, con la schiettezza del lombardo, già all’indomani della firma dei Patti non esiterà ad entrare in dura polemica con il potente Capo del Governo, il cavaliere Benito Mussolini.  

Più semplicemente Pio XI considera il Concordato lateranense strumentale all’esercizio concreto della libertà della Chiesa e dei cattolici, garantita sul piano internazionale.

Come per qualunque altro Concordato, anche per quello lateranense garantire la libertà della Chiesa significa rendere concretamente possibile ad essa predicare la fede, insegnare la dottrina sociale, esercitare la propria missione direttamente o tramite l’intera struttura ecclesiastica (costituita da sacerdoti, parroci, vescovi, religiosi e loro congregazioni). Garantire la libertà dei cattolici significa consentire loro di potere esplicare l’intera gamma dei diritti connessi alla appartenenza religiosa. Ieri per la Chiesa di Pio XI, oggi per la Chiesa di Benedetto XVI. E’ evidente che i termini ampi o stretti del riconoscimento di questa duplice classe di libertà saranno diversi secondo il diverso tipo di Stato. E la trattativa è tanto più complessa, quanto più lo Stato è lontano dalla forma democratica.

Tutto ciò è chiaro ai negoziatori vaticani. Soprattutto è chiaro al Pontefice che, nel proclamare la Regalità di Cristo nota del Pontificato, ha di fronte agli occhi le due serie di libertà. Queste le preoccupazioni e non il sostegno ad uno o altro partito.

L’opera  -dati i tempi- è tale da “fare tremare le vene e i polsi”, ma dalle imprese giovanili compiute da alpinista (addirittura sul Monte Rosa nel 1889 e sul Monte Bianco nel 1890), oltre che dall’amore per la Chiesa ed il mondo, Achille Ratti trae una tempra in grado di affrontarla.

Il suo predecessore Pio X aveva soppresso il divieto (introdotto da Pio IX) per i cattolici di essere “eletti o elettori”. Con il Partito Popolare essi tornano sulla scena politica con un programma ispirato al magistero sociale della Chiesa (iniziato con Rerum Novarum di Leone XIII), che esprime e sviluppa una concezione antitetica ai due opposti orientamenti hegeliani, di destra (nazionalsocialismo) e di sinistra (comunismo), attraversanti gli anni di pontificato e sostenuti rispettivamente dalla Germania di Hitler e dalla Unione Sovietica di Stalin.

In Italia l’avvento del partito unico, imposto dal fascismo, va poi in senso diametralmente contrario ai diritti di libertà. Di qui le richieste avanzate dai negoziatori vaticani al Governo italiano.   

Per gli stessi obiettivi di libertà Pio XI aveva già intrapreso ed avvierà, anche dopo il 1929[7], rapporti con i più differenti Stati, cattolici e non, democratici e non: dal Concordato con la Lettonia, paese a maggioranza protestante (1922), agli Accordi con la Francia con la trasformazione delle Associazioni cultuali in Associazioni diocesane[8] (1924), ai Concordati con la cattolicissima Baviera (1924), Polonia (1926), Lituania (1927), Romania (1927), al modus vivendi con la Cecoslovacchia (1928), al Concordato con l’Italia (1929), con la Prussia ancora in regime democratico (1929); e, successivamente al 1929, con Reich germanico (1933), Austria (1934), Jugoslavia (1935).

A proposito del Concordato tedesco (che solleva ancor oggi precipitose accuse di collaborazionismo non meno del Concordato italiano), va ricordato che al momento della firma vice Cancelliere è uno dei capi del cattolicesimo tedesco, Von Papen. Hitler è cancelliere solo da poco più di cinque mesi, né in quel momento sono prevedibili gli orrori infernali, cui egli avrebbe avviato non la sola Germania, ma l’intera Europa.

A caratterizzare il pontificato di Pio XI è insomma la consapevolezza che lo strumento concordatario consente la pace religiosa meglio di qualunque legge unilaterale dello Stato, tanto più, quando la Chiesa negozi con uno Stato autoritario e perciò non incline a concedere libertà.

Nel XXXV anniversario della morte di Pio XI, un suo collaboratore, nel frattempo diventato Pontefice, Giovanni Battista Montini, suo dipendente alla Segreteria di Stato (gli ultimi in funzione di Sostituto), ricorderà la poliedrica figura di uomo di Chiesa e di preghiera, di infaticabile sostenitore della pace, di divulgatore della cultura, di promotore del ruolo del laicato nella società civile e religiosa. Da testimone diretto dirà con inconfondibile afflato umano e spirituale: “Conoscemmo allora nella sorgente della sua anima l’opera vasta e magnanima del suo ministero apostolico, quanto Egli amasse la Chiesa ed il mondo, quanto al suo motto di ‘pace di Cristo nel regno di Cristo ’ attribuisse valore di proposito e di preghiera, quanto stimasse la cultura, il pensiero, lo studio, l’arte, la scienza[9], ogni espressione dello spirito, quanto impegno e quanta fiducia mettesse nell’associare il laicato, nelle file specialmente, da lui allineate, dell’Azione Cattolica, all’apostolato gerarchico”. In particolare Paolo VI si soffermerà sulla chiarezza e coraggio impiegati nei contatti col mondo circostante, rammentando “quanto cuore, cioè amore, speranza, trepidazione, sofferenza e fermezza, dedicasse al fatto più significativo del suo pontificato, la riconciliazione della Santa Sede con lo Stato Italiano”. [10]

Il motto Pax Christi in Regno Christi ispirerà i momenti lieti come quelli tristi di Papa Ratti, di cui la denuncia delle persecuzioni sovietiche[11] e l’accusa contro il nazismo con l’Enciclica Mit brennender Sorge (1937) sono le punte più evidenti. Anche l’Enciclica contro il fascismo, alla quale stava lavorando e non pubblicata a causa della improvvisa morte, rientra nello stesso orizzonte.    

Alla luce di tutto ciò, si spiegano meglio alcune norme del Concordato lateranense, che ci consentono di comprendere quali libertà alla fine siano garantite alla Chiesa ed ai cattolici italiani.

Senza pretese esaustive, quanto alla libertà della Chiesa evidenzio alcuni capisaldi: è assicurato (art. 1) ad essa il libero esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica; è garantita (art. 2) piena libertà di comunicazione tra Santa Sede, Vescovi, clero e mondo cattolico “senza alcuna ingerenza del Governo italiano”, nonché piena libertà, senza alcun onere fiscale, di pubblicare ed affiggere all’interno e alle porte esterne degli edifici di culto od uffici ecclesiastici istruzioni, ordinanze, lettere pastorali, bollettini diocesani ed altri atti riguardanti il governo spirituale dei fedeli; gli edifici aperti al culto sono esentati da requisizioni ed occupazioni, e la forza pubblica (tranne che nei casi di urgente necessità) ha divieto di entrare in edifici aperti al culto senza averne dato avviso all’autorità ecclesiastica (art. 9); gli enti ecclesiastici cessano di vivere solo nel fatto e di dovere ricorrere a quei trasferimenti fittizi, che una irriverente polemica liberale aveva bollato come “frodi pie” (artt. 29-31); alla scuola privata confessionale è riconosciuta la garanzia dell’esame di Stato (art. 35).

Beninteso. Non mancano negazioni o limitazioni di libertà conseguenti a intromissioni dello Stato, chieste da un Governo restio ad attenuare l’autoritarismo. Esse sono evidentemente subite dalla Santa Sede, come male minore: così, ad esempio, l’art. 19, pur affermando che la scelta degli Arcivescovi e Vescovi appartiene alla Santa Sede, prescrive che prima di procedere alla nomina, la Santa Sede comunichi il nome della persona prescelta al Governo italiano “per assicurarsi che il medesimo non abbia ragioni di carattere politico da sollevare contro la nomina”. Alla stessa logica risponde il giuramento dei Vescovi nelle mani del Capo dello Stato (art. 20). Perché queste limitazioni vengano meno, occorrerà attendere l’avvento dello Stato democratico con l’Accordo di revisione concordataria del 1984.

Quanto alla libertà dei cattolici, il ventaglio dei diritti è ampio: assistenza spirituale garantita ai militari cattolici nelle Forze armate (art. 14); libertà matrimoniale, con il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio canonico e delle cause di nullità ecclesiastiche, venendo pertanto meno l’obbligo sino allora vigente della doppia celebrazione civile e religiosa (art. 34); estensione dell’ora di religione cattolica (introdotta dal Ministro Gentile nelle elementari) a tutte le scuole di ogni ordine e grado (art. 36); obbligo per i dirigenti delle associazioni statali per l’educazione fisica degli Avanguardisti e dei Balilla di “disporre degli orari in modo da non impedire nelle domeniche e nelle feste di precetto l’adempimento dei doveri religiosi”(art. 37); riconoscimento delle organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica ma –si badi- “in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto, svolgano le loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei principi cattolici” (art. 43).

Certamente il dispotismo fascista, trasparente nella filigrana di alcune norme concordatarie, cerca di forzare o svuotare nella pratica quanto pattuito e scritto; ma, come vedremo, il Pontefice reagisce con parole dure, che un “filo-fascista” non avrebbe certamente pronunciate.      

3. Lo Stato etico

Approfondiamo ora più analiticamente il modello di Stato, con il quale Pio XI deve trattare per giungere alla Conciliazione.

Lo Stato fascista, in quanto etico, pur valorizzando la religione del popolo italiano, non risponde alla dottrina cristiana. Esso vede nella Conciliazione un successo per il Regime. A preparare un clima propizio provvede una legislazione statale antecedente il 1929, gradita alla Chiesa. Nel 1922 e poi nel ‘23 e ‘26 è organizzata in modo più capillare l’assistenza religiosa alle Forze Armate. Nel 1923 si reintroducono alcune festività religiose nel calendario civile, si ristabilisce l’insegnamento religioso nella scuola pubblica, sono emanati provvedimenti economici a favore del clero. È ricollocato il crocifisso nelle aule pubbliche. Per particolare merito non tanto del capo del Governo, ma del Ministro Casati ( politico liberale che si rifà alla Destra Storica) nel 1924 è riconosciuta l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Ateneo che da arcivescovo di Milano Achille Ratti inaugura[12]. Sono reintrodotti i reati di bestemmia e di vilipendio del Pontefice o della religione cattolica a mezzo stampa.

Insomma sono poste le basi per una legislazione non più agnostica né anticlericale ma favorevole al fenomeno religioso, anche se scaturente da postulati antitetici alla concezione cristiana.

Se tutto ciò agevola la via della Conciliazione, i due protagonisti Pio XI e Benito Mussolini sono pur sempre portatori di un’antitetica concezione del mondo e della vita. La libertà come voluta dalla Chiesa non è quella propugnata dallo Stato etico. Lo Stato come auspicato dalla dottrina cattolica non è lo Stato voluto dal fascismo.

Fermiamoci su questo punto.

La filosofia politica del fascismo, plasmata da Giovanni Gentile (almeno nel decennio trionfante 1925-1935), spinge ad uno Stato che tutto ingloba in sé (“tutto nello Stato, tutto per lo Stato, niente fuori dello Stato”), identificando la società civile con la religiosità immanente propria all’Idealismo: “Tutto ciò che è spirituale –afferma in un discorso del 1926 Giovanni Gentile, prendendo le distanze sia dal pensiero liberale sia da quello cristiano- deve essere sì ‘tutto libero’, purché ‘dentro la grande sfera anch’essa spirituale dello Stato’ ”.  

Totalmente differente, la concezione cristiana radica la religiosità nella trascendenza e rifiuta ogni invasione o competenza dello Stato nel campo dello spirito, nel precetto evangelico del “dare a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio” ravvisando le linee della autonomia ed indipendenza del potere spirituale dal potere temporale[13].

In una concezione tanto totalizzante, non vi è spazio per una società religiosa indipendente dallo Stato, quale il magistero della Chiesa auspica. Le ostilità di una parte della cultura fascista lo dimostrano. Oltre a Marinetti, capo dei futuristi, che predica lo “svaticanamento” d’Italia, anche Gentile non è favorevole alla Conciliazione. Non lo è – va sottolineato- in coerenza  alla dottrina idealista. In un duro discorso alla Casa del Fascio nel settembre del 1928 (pochi mesi prima dunque dei Patti lateranensi, avvolti nel più assoluto riserbo[14] sino alla loro pubblicazione l’11 febbraio 1929), egli ribadisce addirittura l’impossibilità di una vera conciliazione: “Chi parla di conciliazione o non ama lo Stato o non ama la Chiesa, giacché una transazione assoluta e definitiva, che non lasciasse più materia di discordia e contesa, sarebbe e non potrebbe non essere la soppressione dell’uno o dell’altro termine del dualismo…La stessa vita religiosa, il suo vigore, non vuole la conciliazione; anzi il contrario. La vera conciliazione consiste anche qui nell’unità dei contrari, conservati e difesi come tali; ossia nella non conciliazione”.

Il Capo del Governo, invece, pragmaticamente non accoglie questi corollari della concezione idealistica. A lui interessa il presentarsi in Italia della società religiosa come custode e portatrice della tradizione popolare. Al suo spirito di antico rivoluzionario, sostanzialmente scettico, la religione appare sì una mitologia, ma una mitologia nella quale vivono valori spirituali, dei quali lo Stato fascista, appunto perché totalitario, non può fare a meno. Di qui la considerazione da parte di Mussolini della Conciliazione con la Chiesa cattolica come architrave del Regime, in dissenso aperto con l’ideologo Gentile, ma con l’intuito che quello sarebbe stato il successo più importante della sua carriera politica[15].

4. I contrasti tra concezione cristiana e concezione fascista

Il contrasto più forte si presenta sul tema dell’educazione, centrale per ragioni diverse sia per la Chiesa sia per lo Stato che si proclama Stato-educatore. La diversità di vedute tra Gentile e Mussolini è forte.

I valori religiosi –secondo Gentile- compendiano una visione primaria ed elementare delle grandi verità. Sono considerati philosophia minor, un preambolo di quella vera vita dello Spirito, alla quale possono accedere solo menti elette. Perciò la religione nelle scuole superiori, secondo Gentile, deve essere sostituita dalla storia e dalla filosofia, nella via di graduale avvicinamento alla conoscenza delle linee essenziali dello Stato-Spirito. Lo stesso Gentile, in fedeltà a questa concezione, contesta l’estensione dell’ora di religione nella scuola pubblica -da lui introdotta con Decreto del 1923 nelle scuole elementari, in coerenza appunto alla natura di essa di philosophia minor – alle scuole superiori, che il Concordato del 1929 sancisce all’art. 36.

Mussolini, in dissenso da Gentile, approva l’assicurazione dell’ora di religione nella scuola pubblica di ogni ordine e grado, tranne che universitario (art. 36), come uno dei prezzi politici da pagare per condurre in porto la Conciliazione con la Chiesa.

Quanto il prezzo sia subito più che voluto, traspare dalla formulazione letterale della norma che tale estensione sancisce. Dopo, infatti, una solenne apertura che “l’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della religione cattolica”, l’art. 36 passa ad una conseguenza in un certo senso modesta: l’istituzione del corso di religione quale atto di concessione dello Stato. E’ detto, infatti, che l’Italia “consente che l’insegnamento religioso ora impartito nelle scuole pubbliche elementari abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole medie”[16].

E’ usato il verbo “consente”, quasi a contrappeso dell’espressione “la Santa Sede consente”, che appare in materia matrimoniale (art. 34 Conc. ultimo comma) quanto alle cause di separazione personale, che la Chiesa lascia allo Stato, pur di vedere riconosciuta sia l’efficacia civile del matrimonio canonico sia la riserva di giurisdizione ecclesiastica per le cause di nullità e per la dispensa per inconsumazione (art. 34, c. 1 e 4). Per questo obiettivo, nel discorso già sopra ricordato a docenti e studenti della Università cattolica del Sacro Cuore, Pio XI esclama “saremmo andati a trattare con Belzebù in persona!”. L’esclamazione, che non compare nel discorso scritto ufficiale, dai presenti è avvertita come presa di distanza dal Capo del Governo. Quanto all’altra espressione “l’uomo della Provvidenza”, spesso indebitamente attribuita al medesimo discorso, a forzata dimostrazione di una simpatia fascista di Pio XI, essa non è pronunciata. Le parole usate sono ben diverse: l’uomo “che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare”[17].

La natura di Stato-educatore rappresenta una continua tensione con la Chiesa, che si vede spogliata di prerogative educative per lei irrinunciabili.

Già all’indomani della firma dei Patti, davanti alla Camera dei deputati (13 maggio 1929), Mussolini si fa paladino di un occhiuto Stato etico, che non può rinunciare all’educazione dei giovani. Dopo avere ricordato che la religione cristiana è nata nella Palestina, ma è diventata cattolica a Roma e che se fosse rimasta in Palestina sarebbe stata una delle “tante sette –egli dice- come gli Esseni o i Terapeuti e come esse si sarebbe spenta” (affermazione che urta in particolare la sensibilità del Pontefice, come dell’intero mondo cattolico), è affrontato il tema dell’educazione giovanile. “In questo campo – il Capo del Governo precisa- siamo intrattabili. Nostro deve essere l’insegnamento. Questi fanciulli devono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista; soprattutto abbiamo bisogno di ispirare loro la nostra fede, e accenderli alle nostre speranze”. E più avanti: “Il Regime è vigilante, e nulla gli sfugge. Nessuno creda che l’ultimo fogliucolo che esca dall’ultima parrocchia non sia conosciuto da Mussolini.( …) Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista”.

Pio XI, il giorno dopo, risponde con durezza nel discorso agli alunni di Mondragone: “Lo Stato non è fatto per assorbire, per inghiottire, per annichilire l’individuo e la famiglia (….). Lo Stato non deve allevare conquistatori”. Perché la polemica possa ritenersi superata, nel dibattito al Senato Mussolini dovrà negare che il regime fascista voglia attuare un feroce monopolio dell’istruzione.

Il 30 maggio Pio XI indirizza al Card. Gasparri, Segretario di Stato, un chirografo in cui si duole delle parole “dure, crude, drastiche”, respingendo al mittente le “espressioni peggio che ereticali sull’essenza del cristianesimo e del cattolicesimo”. Sulla natura dello Stato italiano, non senza ironia Papa Ratti replica: “Stato cattolico, si dice e si ripete, ma Stato fascista; ne prendiamo atto senza speciali difficoltà, anzi volentieri, giacché ciò vuole indubbiamente dire che lo Stato fascista, tanto nell’ordine delle idee e delle dottrine, quanto nell’ordine della pratica azione, nulla vuole ammettere che non s’accordi con la dottrina e con la pratica cattolica; senza di che lo Stato cattolico non sarebbe né potrebbe essere”.  

Il tema dell’educazione sarà sempre la spina nel fianco del Regime. Alcuni atti del Pontificato in anni che precedono e seguono il Concordato sono emblematici.

Le trattative antecedenti i Patti lateranensi si svolgono nel 1928-1929, cioè in epoca posta tra l’anno 1927 (anno di un’aspra polemica relativa ai boys scouts cattolici) e l’anno 1931, nel quale le organizzazioni giovanili fasciste sono violentemente contrapposte al tipo di educazione seguito dalla gioventù di Azione Cattolica. All’educazione inoltre Pio XI dedica la prima Enciclica[18] resa pubblica proprio a fine 1929.  

A fronte delle tensioni sull’educazione, appare davvero poco credibile, ancorché abile retoricamente, la precisazione di Mussolini (nella voce Fascismo della Enciclopedia italiana) che lo Stato fascista non vuole essere uno “Stato chiesastico” e che il trattamento favorevole alla Chiesa cattolica è motivato con considerazioni di ordine storico: “Lo Stato -scrive Mussolini- non ha una teologia, non ha una morale. Nello Stato fascista la religione è considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene quindi soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato non crea un suo “Dio”, così come volle fare a un certo momento nei deliri estremi della Convenzione Robespierre; né cerca di cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio così come visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo”.

5. Il conflitto con l’Azione Cattolica

Il conflitto con l’Azione cattolica[19] merita qualche parola di approfondimento. Papa Ratti confida in essa per associare il laicato all’apostolato gerarchico. Già durante la trattativa concordataria considera punto irrinunciabile il riconoscimento della sua libertà, che ottiene a seguito di una lunga fatica.  

Lo Stato fascista per alcuni anni dopo il 1929 non manifesta intransigenza ideologica assoluta, ma nel 1931 muove alle forze giovanili di Azione cattolica l’accusa di svolgere attività politica e di violare pertanto il Concordato del 1929, che all’art. 43 riconosce sì le organizzazioni dipendenti dall’Azione cattolica, ma in quanto “svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico”.

Occasione dell’offensiva è un discorso del Presidente della Camera, On. Giuriati, tenuto a Milano nell’aprile 1931. Dapprima i conflitti si esprimono con lotte più o meno violente (incendi, di non grave entità, delle sedi), poi si ordina la chiusura di tutte le Associazioni di Azione cattolica.

Il Papa si mostra così intransigente da accantonare ogni prassi diplomatica per rispondere con un chirografo 26 aprile 1931 inviato al cardinale di Milano. Esprimendo il suo biasimo, egli difende la correttezza dell’Azione Cattolica e torna sull’educazione dei giovani, rivendicando la competenza della Chiesa così che -egli scrive- “ il Regime ha il dovere non solo di seguirne il Magistero ad essa divinamente affidato, ma anche di favorirne la pratica”.

Il clima si arroventa ulteriormente quando il Governo, sotto la spinta di estremisti fascisti, scioglie le Associazioni giovanili ed universitarie di Azione Cattolica. Pio XI (29 giugno 1931), nel pubblicare l’Enciclica Non abbiamo bisogno, non usa mezzi termini. E’ esplicito nel denunciare “durezze e violenze, fino alle percosse ed al sangue, e irriverenze di stampa, di parola e di fatti, contro le cose e le persone, non esclusa la Nostra, che precedettero, accompagnarono, susseguirono l’esecuzione dell’improvvisa poliziesca misura, che bene spesso ignoranza o malevolo zelo estendeva alle associazioni ed enti neanche colpiti dai superiori ordini, fino agli oratori dei piccoli ed alle pie congregazioni di Figlie di Maria”.

Si diffonde persino la voce di un possibile sequestro dell’Enciclica da parte del Regime[20].

Per un breve ma drammatico spazio di tempo, insomma, si svolge il così detto “conflitto dopo la Conciliazione” dell’anno 1931, nel quale lo Stato tenta di riprendersi la libertà concessa. Il conflitto è superato con un accordo 2 settembre 1931, scaturito da un incontro tra Mussolini ed il cardinale Pacelli e poi sancito nel nuovo Statuto (30 dicembre 1931), che riconosce nuovamente l’Azione Cattolica Italiana, ma in forma diocesana, consente alle associazioni una bandiera nazionale ed ai soci di raggrupparsi in sezioni professionali, non per scopi sindacali ma a fini religiosi e spirituali.

6. Bilancio finale

Il Concordato lateranense vige incontestato per ben 40 anni: 20 in età fascista e 20 in età democratica. Dalla fine degli anni sessanta dello scorso secolo esso comincia ad essere contestato, pur rimanendo in vigore sino al 1984 sul piano internazionale ed al 1985 sul piano interno italiano a seguito della legge di ratifica. Il mutato spirito pubblico, nella comunità ecclesiale (sono gli anni del Concilio e post- Concilio), come  nella comunità civile con l’acme della contestazione sessantottina a tutti gli ordini costituiti ed a tutti gli istituti tradizionali (tra i quali il Concordato), produce una serie di polemiche, spesso ingenerose ed inutilmente faziose[21].

A chi invoca l’abrogazione risponde la saggezza della politica italiana di allora con l’avvio del procedimento di revisione, che produce una modificazione del testo del 1929 effettuata con la armonizzazione ai nuovi principi di libertà che lo Stato democratico e la Chiesa conciliare hanno nel frattempo posto a fondamento dei rispettivi ordinamenti. La revisione si conclude, dopo vari passaggi parlamentari, il 18 febbraio1984, quando il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli ed il Presidente del Consiglio della Repubblica italiana On. Bettino Craxi firmano l’Accordo “di modificazioni al Concordato lateranense” (o Accordo di Villa Madama, dal luogo della firma).

Tornando all’età fascista per formulare un giudizio complessivo il più possibile sereno, va riconosciuto come suo merito politico di essere riuscita dove l’età liberale è fallita: garantire la pace religiosa, risolvendo la Questione Romana, e regolare la condizione della religione cattolica in Italia con una normativa concordata con la Chiesa, che se non è priva di stigmate autoritarie è pur sempre garanzia di significative libertà.

D’altro canto non si può dimenticare il contrasto tra concezione fascista totalizzante e filosofia cristiana. Sempre presente durante le trattative, latente nella filigrana di alcune norme, esploso per alcune questioni (come l’educazione), esso continuerà a manifestarsi successivamente al 1929.

Gravi ed irreversibili rimangono due episodi, che rivelano agli italiani il vero volto del fascismo: anzitutto l’assurda ed antistorica collusione con il nazismo, anche nei suoi aspetti più criminali (come le leggi razziali del 1938[22]), e in secondo luogo la guerra senza alcuna reale necessità e poi via via sempre più tragicamente verso la Repubblica di Salò e la guerra civile.

Nel 1937 Pio XI matura la radicale rottura con i totalitarismi. Nella primavera pubblica le energiche Encicliche contro il nazismo, contro il comunismo e la rivoluzione messicana. Ammalatosi alla fine del 1936, guarda con sgomento il precipitare degli eventi. Nel 1938 di fronte alle leggi razziali un brano trovato nel diario inedito del cardinale Domenico Tardini (che nel mese di ottobre aveva sostituito il Segretario di Stato Pacelli) rivela una preoccupazione, che si commenta da sé: “Padre Tacchi Venturi – vi è scritto- riferisce l’assoluta intransigenza del governo ‘sulla questione razzista’. Io gli faccio notare che il Ministro della Cultura popolare ha proibito a tutti i giornali di riprendere gli attacchi dell’Osservatore Romano contro il razzismo anche di quello tedesco. Il Santo Padre scatta e dice al Padre Tacchi Venturi: ‘Ma questo è enorme! Ma io mi vergogno…mi vergogno di essere italiano. E lei padre lo dica pure a Mussolini! Io non come papa ma come italiano mi vergogno! Il popolo italiano è diventato un branco di pecore stupide. Io parlerò, non avrò paura. Mi preme il Concordato, ma più mi preme la coscienza. Non avrò paura! Preferisco andare a chiedere l’elemosina. Neppure chiedo a Mussolini di difendere il Vaticano. Anche se la piazza sarà piena di popolo, non avrò paura! Qui sono diventati come tanti Farinacci. Sono veramente amareggiato, come papa e come italiano”.

Il contrasto tra le due concezioni, cattolica e fascista, all’inizio percepito da pochi[23] anche tra i cattolici[24], si era nel frattempo fatto più profondo ed aspro e sarebbe poi arrivato allo scontro armato tra le forze partigiane di ispirazione cattolica e le famigerate “brigate nere”.

Ma quando si sta verificando la Conciliazione con i Patti Lateranensi tutto questo è ancora lontano. Ed il Concordato appare lo strumento appropriato per “ridare l’Italia a Dio e Dio all’Italia”.

 


[1] Allocuzione “Vogliamo anzitutto”, 13 febbraio 1929: “Con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti ‘ tamquam per medium profundum eundo’ a conchiudere un Concordato che, se non è migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio”.

[2] Da nuovo Arcivescovo di Milano, Achille Ratti magnifica la presenza a Roma del Pontefice con espressioni che rivelano la consapevolezza dell’urgenza della soluzione della Questione Romana: “È sovrattutto stando all’estero che si vede e tocca con mano fino a qual punto il Papa è il più grande decoro d’Italia: per lui tutti i milioni di cattolici che sono nell’universo mondo si rivolgono all’Italia come a una seconda patria; per lui Roma è veramente la capitale del mondo; e bisogna chiudere gli occhi all’evidenza per non vedere — almeno nell’attuale rivolgersi di tutti gli Stati al Papa — per non vedere, dico, quale prestigio e quali vantaggi potrebbero dalla sua presenza derivare al nostro paese, quando fosse tenuto il debito conto del suo essere internazionalmente e sopranazionalmente sovrano, che i cattolici di tutto il mondo gli riconoscono per divina istituzione”. Nell’ Enciclica Ubi arcano, Pio XI richiama il problema: “L’Italia nulla ha o avrà da temere dalla Santa Sede: il Papa, chiunque egli sia, ripeterà sempre: Ho pensieri di pace, non di afflizione; pensieri di pace vera, e perciò stesso non disgiunta da giustizia, sicché possa dirsi: La giustizia e la pace si sono baciate. A Dio spetta addurre quest’ora e farla suonare; agli uomini savi e di buona volontà non lasciarla suonare invano; essa sarà tra le ore più solenni e feconde per la restaurazione del Regno di Cristo e per la pacificazione d’Italia e del mondo”.

[3] Significativo esempio politico di separatismo di lotta antiecclesiastica nel 1890 è la legge sulle “opere pie”. Essa laicizza la grande rete di istituzioni di beneficenza ed assistenza costruita in più secoli dalla Chiesa cattolica. La relativa normativa è cancellata solo in tempi recentissimi dalla legge 328 del 2000, imperniata su un ben più moderno principio di sussidiarietà nel campo dell’assistenza e delle attività sociali, in conformità alla concezione del Welfare State, che nella nostra età integra loStato di diritto” di matrice liberale.

[4] Etica e politica, p. 185

[5] Si veda F. MARGIOTTA BROGLIO, Italia e Santa Sede dalla grande guerra alla Conciliazione, Bari 1966, p. 249ss. Sulla rispondenza poi del Concordato lateranense ad una ancora più antica tradizione che percorre vari secoli della nostra storia e vede schierate le migliori menti della nostra civiltà, rimane fondamentale lo scritto di O. GIACCHI, Il Concordato del Laterano e la tradizione italiana, in ID., Libertà della Chiesa e autorità dello Stato, Milano 1963, p. 33 ss

[6] Incontro delle volontà sempre auspicato dalla Santa Sede, che in età liberale del resto non accetta in quanto unilaterale la Legge delle Guarentigie (13 maggio 1871), emanata dallo Stato all’indomani della debellatio dello Stato Pontificio, nonostante le garanzie (“guarentigie pontificie” appunto) di libertà. 

[7] Cfr. O. FUMAGALLI CARULLI, Il valore della Conciliazione tra Stato italiano e Chiesa cattolica nell’ambito della politica concordataria di Pio XI, in Studi in memoria di Pietro Gismondi, I, Milano 1987, p. 764 ss.

[8] Grazie a questi Accordi sono trasformate in associazioni diocesane, incentrate sulla figura del Vescovo, le associazioni cultuali, la cui disciplina statale era lesiva dell’ordinamento canonico dal momento che si trattava di uffici ecclesiastici a nomina popolare tanto vasta da comprendere tra gli elettori anche non cattolici

[9] A Pio XI si deve la ricostituzione della Accademia Pontificia delle Scienze, alla quale sono chiamati scienziati di tutto il mondo, anche non cattolici. Il Cardinale Carlo Confalonieri, suo segretario prima a Milano e poi a Roma per tutto il tempo del Pontificato, ricorda ( Pio XI visto da vicino , Cinisello Balsamo, ed. 1993, p. 165) la “speciale affettuosa sollecitudine” per la Pontificia Accademia delle Scienze ( detta dei Nuovi Lincei), manifestata anche nella presidenza di tutte le annuali riprese accademiche “conferendole prestigio non soltanto con la presenza personale, ma ancora col conforto della parola”.  Già antecedentemente alla elezione a Pontefice, Achille Ratti si era distinto per particolari apporti alla cultura, tanto da essere cooptato già nel novembre 1888 fra i dottori della Biblioteca Ambrosiana, della quale diviene prefetto nel 1907 e dove rimane fino al 1912. In questi anni trascrive e pubblica rarissimi codici e documenti d’archivio; riordina la Biblioteca della Certosa di Pavia, la Biblioteca e la Pinacoteca Ambrosiana, il Museo Settala; recupera e restaura codici e pergamene del Capitolo del Duomo di Milano danneggiati da un incendio; si adopera impegnativamente in diverse iniziative culturali, che gli meritano significativi riconoscimenti come la nomina a socio del Regio Istituto Lombardo e Veneto di Scienze e Lettere. A Roma, poi da Prefetto della Biblioteca Vaticana (dal 1 settembre 1914) profonde tutte le sue doti culturali e professionali; unifica i diversi cataloghi degli stampati, continua la catalogazione dei manoscritti, promuove l’edizione fototipica della Geografia di Tolomeo e incrementa il gabinetto del restauro.

[10] Nello stesso discorso pronunciato per il XXXV anniversario dei Patti Lateranensi, Paolo VI ha espressioni di grande ammirazione del temperamento e dell’animo di Achille Ratti: “È vero quanto è stato detto della sua formidabile cultura, del suo amore per gli studi sacri, per quelli storici e bibliografici specialmente, del suo temperamento riflessivo portato a continua elaborazione interiore di ricordi, di pensieri, di parole, e del suo carattere volitivo, tenace e laborioso, capace di imperioso comando, ma sempre temperato da arguta equanimità e spesso aperto alle effusioni di commossa e commovente bontà; e ammirammo allora un alto, vigile spirito sempre rivolto, vorremmo dire manzonianamente, se non fosse più esatto dire piamente, alla ricerca e alla scoperta delle tracce della divina Provvidenza, tanto nei piccoli, che nei grandi quadri dell’umana esperienza, come a uomo saggio, come a Pontefice si conviene”.

[11] Il coraggio cristiano ed il rigore etico di Achille Ratti si manifestano già nell’agosto 1920 di fronte all’invasione della Polonia da parte delle truppe bolscheviche. Ratti è allora Nunzio in Polonia. Tutti i diplomatici fuggono, ma egli resta al suo posto dichiarando a padre P. Theissling, generale dei Domenicani, presente in quei giorni a Varsavia: “Mi rendo perfettamente conto della gravità della situazione, ma questa mattina, celebrando la messa, ho offerto la mia vita a Dio. Io sono prete in qualsiasi circostanza “. Un foglio dei taccuini inediti di Eugenio Pacelli (all’epoca segretario di Pio XI) conservati negli archivi vaticani (pubblicato su Il Sole24ore, 15 ottobre 2006, n. 279, p. 34), con riferimento alla politica della “mano tesa” proposta dai comunisti francesi una settimana prima delle elezioni del 1936 rivela una disponibilità del Pontefice ad aprire un dialogo, quasi un’anticipazione di quella che sarebbe stata l’impostazione di Pacem in terris. A proposito della main tendue, “durante la notte insonne ma calma e riposante” del 6 novembre 1937, Pio XI scrive: “ Noi prendiamo le vostre mani e vi offriamo le nostre con il proposito di farvi del bene. Nessuna commistione o confusione ideologica, come si suol dire oggi, nessuna transazione sopra i principi che tutto il mondo conosce e riconosce alla chiesa cattolica, ma farvi del bene. Forse sarebbe bene che, poiché la cosa è nata in Francia, l’Episcopato francese facesse un atto simile. Se lo facessero…il S. Padre risponderà: bene, avete interpretato benissimo il pensiero del Santo Padre, perché non avrete fatto che interpretare il pensiero di Gesù Cristo. Gesù Cristo è venuto al mondo per portare a tutti la salvezza e i suoi benefici. Venite a me omnes .

[12] L’8 dicembre 1921 il Cardinale arcivescovo Achille Ratti inaugura — anche quale Legato pontificio — l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per la fondazione della quale egli si era ripetutamente adoperato in passato, associandosi a padre Agostino Gemelli sulla necessità d’istituire in Italia un ateneo nel quale si realizzasse « l’armonia della fede e della ragione… Soltanto un istituto di alta cultura scientifica, dove il Dio delle scienze e la scienza di Dio tengano il posto che loro serbarono Dante e Manzoni, soltanto una tale istituzione può procurare alla restaurazione e rinascita cristiana della società i più utili elementi di azione e di reazione, di direzione soprattutto ». Va ricordato l’importante contributo dato dalle donne di Azione cattolica capitanate da Armida Barelli per la raccolta dei primi fondi, necessari per la realizzazione di quello che sin da allora fu definito l’Ateneo dei cattolici italiani

[13] O. FUMAGALLI CARULLI, ‘ A Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio’:Laicità dello Stato e libertà delle Chiese, Milano 2006, p. 3 ss.

 

[14] Il riserbo vigeva anche in Vaticano. Solo il 7 febbraio il card. Gasparri aveva convocato il corpo diplomatico per annunciare l’imminente conciliazione: “I diplomatici- è scritto da BIGGINI nella sua Storia inedita della Conciliazione – lo guardavano attoniti. Quasi tutti avevano ignorato interamente la lunga preparazione, le lunghe trattative. Si chiedevano come avrebbero spiegato ai loro governi”.

 

[15] In questo senso R. DE FELICE, Mussolini il fascista: l’organizzazione dello Stato fascista (1925-1929), Torino, seconda edizione 1968, p. 382 ss.

[16] Si rinvia per ulteriori riflessioni a O. FUMAGALLI CARULLI, Autorità dello Stato- educazione e libertà della Chiesa: una tensione alla base del Concordato lateranense, in Diritto ecclesiastico, 1981, I, 13 ss; ID., v. Istruzione religiosa, in Enciclopedia Giuridica 1988, p. 2 dell’estratto

[17] Allocuzione “Vogliamo anzitutto”: “ Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanto feticci e, proprio come feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi”.

[18] La Divini Illius Magistri, 31 dicembre 1929 rivendica alla Chiesa e alla famiglia il diritto primario di educare i giovani, considerandolo inviolabile ed anteriore a quello dello Stato. L’Enciclica precisa che l’educazione voluta dalla Chiesa ha il fine di cooperare con la grazia divina per formare il vero e perfetto cristiano: “Non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura, in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere e la retta ragione e la Rivelazione: cioè l’uomo decaduto dallo stato originario ma redento da Cristo e reintegrato nella condizione soprannaturale di figlio adottivo di Dio, benché non nei privilegi preternaturali dell’immortalità del corpo e dell’integrità o equilibrio delle sue inclinazioni”. Essa è la prima delle quattro Encicliche che saranno definite «magnifiche colonne » dal Vescovo Angelo Giuseppe Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII (le altre essendo Casti Connubii, 31 dicembre 1930; Quadragesimo anno 15 maggio 1931, che spiega ed integra l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII; Ad Catholici sacerdoti  20 dicembre 1935) .

[19] L’Azione cattolica viene accusata dal Regime di attuare un inquadramento di lavoratori contrapposto a quello dei sindacati fascisti e di offrire posti di comando a vecchi popolari ostili al fascismo

[20] A. C. JEMOLO, Chiesa e Stato negli ultimi cent’anni, ed. Torino 1971, p. 502.

[21] Rinvio a O. FUMAGALLI CARULLI, Società civile e società religiosa di fronte al Concordato, Milano 1980, p. 245 ss.

[22] In particolare nella Mit brennender Sorge (Con viva ansia) del 14 marzo, Pio XI reagisce contro il Reich nazista: “Non Ci stancheremo neanche nell’avvenire di rinfacciare francamente alle autorità responsabili l’illegalità delle misure violente prese finora, e il dovere di permettere la libera manifestazione della volontà”. Il 19 marzo con la Divini Redemptoris ha parole dure contro il comunismo ateo: “Dove il comunismo ha potuto affermarsi e dominare, — e qui Noi pensiamo con singolare affetto paterno ai popoli della Russia e del Messico — ivi si è sforzato con ogni mezzo di distruggere, e lo proclama apertamente, fin dalle sue basi la civiltà e la religione cristiana, spegnendone nel cuore degli uomini, specie della gioventù, ogni ricordo. Vescovi e sacerdoti sono stati banditi, condannati ai lavori forzati, fucilati e messi a morte in maniera inumana; semplici laici, per aver difeso la religione, sono stati sospettati, vessati, perseguitati e trascinati nelle prigioni e davanti ai tribunali”.

   

[23] Tra le posizioni subito fieramente contrarie è quella di Benedetto Croce nel suo discorso al Senato.  A chi pensa che il Concordato sia “un tratto di fine arte politica, da giudicare, non secondo ingenue idealità etiche, ma come politica, giusta l’altro trito detto che Parigi val bene una Messa”, Croce replica che “accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri per i quali l’ascoltare o no una Messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero!”. Al che Mussolini, il giorno dopo, ribatte con palese violenza verbale: “Accanto agli imboscati della guerra vi possono essere imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse e forse anche per la loro impotenza creativa, produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore”.  JEMOLO, Chiesa e Stato negli ultimi cent’anni ( p. 496-7), ricorda come una lettera firmata da professori e studenti torinesi inviata a Croce fu intercettata e ci furono carcere ed istruttorie.

[24] Si rinvia a A. DE GASPERI, Lettere sul Concordato, Brescia 1970, che cita una lettera a don Simone Weber, 12 febbraio 1929, nella quale accanto a costatazioni amare (“contenti i clerico-papalini, contenti i fascisti, contenti i Massoni, Mussolini è trionfante e Briand si dice lietissimo”), De Gasperi afferma che l’accordo è certamente un “successo del regime”, ma aggiunge realisticamente che esso è “nella storia e nel mondo una liberazione per la Chiesa e una fortuna per la Nazione italiana”.

 

Dopo l’approvazione in Senato delle nuove e più severe norme antigraffiti ASSOEDILIZIA lettera a Berlusconi per evitare modifiche alla Camera

febbraio 12, 2009

 

Milano, 12 febbraio 2009 – Il Presidente di Assoedilizia avv. Achille Colombo Clerici ha inviato oggi una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri On. Silvio Berlusconi sul tema della recente approvazione, in Senato, delle norme antigraffiti comprese nel Disegno di Legge sulla Sicurezza, riconoscendogli il merito di un decisivo appoggio; e auspicando quindi che le norme approvate dal Senato non vengano modificate dal voto della Camera.

Questo il testo:
“Sappiamo che Ella ha appoggiato con decisione l’emendamento al Disegno di Legge sulla sicurezza, approvato dal Senato, in materia di contrasto al fenomeno degli imbrattamenti dei muri; emendamento con il quale si sanziona in modo più rigoroso la recidiva nel reato e si trasferisce la competenza per il giudizio penale dai giudici di pace alla magistratura ordinaria.
Con tale sistema normativo riteniamo si possa, attraverso una legge in grado di assicurare la effettività della pena, e quindi dotata di un maggior potere di deterrenza rispetto a quella vigente, contrastare il deleterio fenomeno degli sgorbi e dei vandalismi sui muri che così gravemente deturpa, degrada e danneggia le nostre città.
Tanto che i cittadini ormai si chiedono se sia mai possibile che in un Paese serio, civile, democratico, qual è il nostro, su questa questione si lascino andare le cose al punto da doversi metter l’anima in pace. E si debbano subire aggressioni ai propri diritti individuali di proprietà e collettivi, come cittadini che non vogliono veder calpestato il decoro della città.
Signor Presidente, in questo spirito e con questi convincimenti Le siamo vivamente grati per la sensibilità dimostrata su questo tema, che non è secondario, perchè nella percezione comune è ormai ritenuto una cartina di tornasole della capacità dello Stato di far rispettare la legalità.
E ci auguriamo che la Camera dei Deputati, nel licenziare il provvedimento legislativo in itinere, non ritenga di  stravolgerne, sul punto, l’impostazione”.

Assoedilizia altresì rende merito al Sen. Giuseppe Valditara per il suo decisivo intervento migliorativo della normativa approvata.

 

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