Archivio per settembre 2008

Associazione Carlo Cattaneo di Lugano

settembre 30, 2008

Finalità: Promuovere le relazioni culturali fra Svizzera e Italia nell’ambito letterario, artistico, sociale, economico, commerciale e politico, offrendo ai soci e al pubblico conferenze, incontri, dibattiti, pubblicazioni, e contribuendo all’organizzazione di premi, borse di studio e iniziative diverse. Questo lo scopo dell’Associazione Carlo Cattaneo, sodalizio di diritto elvetico che ha sede a Lugano ed è riconosciuto dal Ministero italiano degli Affari esteri. Nata ufficialmente il 7 febbraio 1992, grazie alla sua attività l’Associazione ha raggiunto un alto grado di notorietà sia in Svizzera che in Italia, grazie anche all’appoggio offerto fin da subito al progetto della “Regio Insubrica”. La “Carlo Cattaneo” vive grazie ai contributi di enti privati, di banche ed imprese, ma anche di singoli cittadini, sia svizzeri che italiani, desiderosi di rafforzare ulteriormente i rapporti fra due Paesi già legati da affinità culturali, geografiche ed economiche.

Fondatori: Achille Colombo Clerici, Bernardo Negri da Oleggio, Gaetano Barbiano di Belgiojoso, Eugenio Radice Fossati, Alberto Falck, Angelo Caloja, Salvatore Zotta, Franco Masoni Fontana

Direttivo:

 

Presidente Onorario: Avv. Franco Masoni

Presidente: Dott. Paolo Grandi

Vice Presidenti: Amb. Luciano Mordasini, Avv. Achille Crivelli

Cancelliere: Claudio Gianinazzi

Tesoriere: Oscar Stampanoni

Membri: Dott. Adriano Cavadini, Avv. Achille Colombo Clerici, Avv. Giovanna Masoni Brenni, Dott. Alberto Ménasche, Ministro Roberto Mazzotta, Prof. Remigio Ratti, Prof. Gerardo Rigozzi, Avv. Michele Rossi, Sig. Carlo Zella, Avv. Giordano Zeli

 

Indirizzo
Associazione Carlo Cattaneo
Ex Municipio di Castagnola
Piazza Cattaneo 1
CH – 6976 Castagnola

Tel.

+41 91 976 05 40

Fax

+41 91 976 05 41

E-mail

carlocattaneo@bluewin.ch

URL

http://www.associazionecattaneo.ch 

http://www.lugano.ch/cultura/welcome.cfm?catID=04015002&docid=95D4281C292D4B49C1256A650029269B

Terre Lombarde nella prospettiva Europea (Relazione di Achille Colombo Clerici – Marzo 2001)

settembre 29, 2008

 Vorrei iniziare da una osservazione e da una tesi. La Lombardia ed i territori contigui (collegati organicamente con questa regione, penso all’area novarese, a Piacenza, ma penso anche al Canton Ticino), costituiscono un sistema istituzionale, culturale, sociale, economico e territoriale-ambientale di assoluta eccellenza ed in grado di fornire risposte, appunto, di sistema, fattore questo imprenscindibile ed essenziale per conseguire la competitività necessaria a fronteggiare la sfida internazionale dei prossimi anni.

Quando dobbiamo vendere un prodotto commerciale (un dentifricio piuttosto che un’automobile o una lavatrice) non si richiedono risposte di sistema. Basta un intervento promozionale diffuso e la risposta può essere a pioggia, raccogliendo le domande che provengono da ogni dove nell’ambito di un determinato mercato (interno o internazionale).

Quando si tratta viceversa di intervenire introducendo nel territorio delle innovazioni (tecnologiche o ideali) per le quali sia necessaria una reattività del territorio stesso (penso ad esempio alla raccolta differenziata dei rifiuti, ma anche alla cablatura della città ed alle sue applicazioni utilizzative); quando si operano investimenti produttivi o quando è in gioco l’offerta complessiva in termini di opportunità alle persone (formazione professionale, universitaria, socializzazione, occasioni di lavoro), è necessario che la risposta localizzata garantisca un certo livello di risultato senza il quale l’investimento stesso non può giustificarsi, cioè non sta in piedi dal punto di vista economico.

Questa è la risposta di sistema – di cui dicevo – dal cui grado dipende il maggiore o minore dinamismo del territorio.

Gli elementi che entrano in gioco sono culturali (la mentalità della popolazione, il grado di sensibilità al problema), socio-economici (il livello economico delle famiglie e delle imprese), strutturali ed infrastrutturali (l’efficienza delle public utilities).

Oggigiorno la competitività sul piano internazionale significa capacità di primeggiare in un confronto con le realtà più agguerrite esistenti al mondo ed in un sistema sovranazionale omogeneo.

Con la caduta dei muri ideologici e l’apertura delle frontiere e dei mercati, le singole città non sono più i terminali gerarchici di sistemi socio-territoriali ed economico-culturali nazionali. Sono terminali di sistemi sovranazionali. E della sfida della competizione globale debbono reggere il passo della concorrenza sullo stesso piano quanto a mentalità e con i medesimi mezzi e strumenti a disposizione. Occorre dunque un adeguamento costante in termini culturali e di efficienza funzionale per poter sostenere il confronto.

C’è un’altra considerazione da fare. La Lombardia ha vissuto, e molto spesso ha anticipato, i profondi mutamenti verificatesi nel Paese. Da quando si cominciò, 25-30 anni fa, a parlare del GE-MI-TO, il triangolo industriale del Nord Ovest come del polo sul quale giocare il rilancio dell’economia italiana e del nostro ruolo nel mondo, sembra trascorso un secolo.

Allora dominava l’immagine dell’imprenditore, del “cummenda”, emblematica del milanese artefice delle fortune della città, il vero protagonista della vita milanese. Un uomo semplice, un po’ rude, dotato di inventiva e di generosità, ostentatamente amante del denaro e del successo, spiccatamente individualista e campanilista.

Oggi, per avere un’idea del cambiamento intervenuto nella società, basta seguire i canali televisivi che si occupano di economia e di finanza: i nuovi protagonisti sono i consulenti che costituiscono l’ossatura portante della classe dirigente. Tutti professionalità distaccata, rigoroso look formale, efficienza, spirito di corpo e di appartenenza, degno della migliore tradizione etoniana, interessi a livello planetario.

Cosa è avvenuto, in così poco tempo, sotto i nostri occhi, quasi senza che ce ne avvedessimo?

Siamo passati dall’era, dalla civiltà della grande fabbrica, all’era della immaterialità, della virtualità, della conoscenza (un dato per tutti: in Italia nel 1997 i fruitori della smisurata biblioteca costituita da Internet erano solo 500.000, mentre lo scorso anno sono stati ben 8 milioni); una conoscenza che si traduce nell’ansia spasmodica di possedere una massa sempre maggiore di nozioni, ma che implica il rischio – possiamo aggiungere – di allontanarci sempre più dalla cultura intesa in senso tradizionale come approccio umanistico alla vita quotidiana. Vasti processi hanno attraversato la società e l’economia: i processi di ristrutturazione, di innovazione tecnologica, di finanziarizzazione, di internazionalizzazione, di terziarizzazione. Processi tutti deterritorializzanti il cui effetto sono state la deindustrializzazione del territorio, e la delocalizzazione di attività e di funzioni.

 Certo, la dematerializzazione da un lato e la globalizzazione dall’altro, ci proiettano progressivamente nel dominio dell’immagine.

E la sorte del territorio non sfugge a questa logica.

Oggi la dimensione nella quale il territorio e la popolazione ivi insediata si giocano la sfida internazionale e la competizione degli anni a venire, è una dimensione più qualitativa che quantitativa: imperniata più che sulla organizzazione economico-commerciale, sull’appeal di una immagine legata al fascino e all’efficienza culturale non disgiunto da un dinamismo del territorio che dovrà offrire alle persone e alle imprese una sempre maggiore qualità rispettivamente della vita e dell’organizzazione dei servizi.

 Sul piano dell’immagine in campo internazionale il GEMITO, se stiamo alle sigle, non basta più; occorre forse un VEGETO.

A parte la battuta, che lascia il tempo che trova, ritengo si debba pensare di coinvolgere in un progetto di valorizzazione territoriale e di comunicazione, di immagine, l’area padana fino alla città di Venezia (e alle sue propaggini imprenditoriali); non solo perché quest’ultima è un faro di cultura, di immagine appunto e di italianità nel mondo, ma anche per il vero culto internazionale di cui essa è ammantata.

Qualche tempo fa ho trattato sul quotidiano Neue Zuercher Zeitung il tema della collaborazione culturale tra le regioni del Nord Italia e la Confederazione Elvetica, nonché del ruolo di Stato-cerniera tra il Sud e il Nord dell’Europa che la stessa Confederazione dovrà rivestire negli anni a venire. Un ruolo, quello di Stato-cerniera, in virtù non tanto e non solo del realizzando sistema di attraversamento ferroviario Alp-Transit, quanto della omogeneità socio-culturale e della contiguità ambientale e territoriale con tre delle quattro regioni più importanti d’Europa: il Rhone-Alpes, il Baden-Wuettemberg e la Lombardia). E debbo dire che, su questa tesi, ho riscontrato, nel versante d’oltre confine, largo interesse e consenso.

Venendo alla situazione di casa nostra, se vogliamo attenerci alla figura geometrica del triangolo che sembra essere quella maggiormente ricorrente nella configurazione morfologica di un’immagine da esportare del nostro territorio, si può vedere che, se scendiamo da Lugano verso Genova e la Riviera Ligure e ci proiettiamo poi sino alla Serenissima, identifichiamo una vasta regione che sul piano della cultura, delle tradizioni e della storia dei valori paesistici ed ambientali, delle entità istituzionali, sociali ed economiche, del collegamento e della proiezione internazionale, costituisce una realtà in grado di irradiare una immagine di assoluta eccellenza a livello mondiale. Una realtà che merita un progetto di valorizzazione, comportante, più che grandi sforzi di investimento, un po’ di determinazione e di unità di intenti nei diversi soggetti pubblici e privati che vi sono implicati.

Milano, in questo disegno, si colloca in posizione baricentrica, come vero e proprio motore del progetto: è questo il ruolo che spetta alla città che per vocazione naturale ha la responsabilità di guidare nel mondo l’intera nostra nazione.

L’associazione Amici di Milano che è peraltro mandataria della municipalità di Lugano nel disegno di promozione di scambi culturali tra il nostro Paese e la Nazione d’oltre confine, sta attivamente impegnandosi su alcuni temi inerenti alla armonizzazione ed alla complementarità  dei sistemi infrastrutturali delle aree di confine, soprattutto nel settore dei trasporti.

Un settore che, diciamo subito, meriterebbe ben maggiori attenzioni da parte dello Stato. Oggi Milano e la Lombardia dispongono di una dotazione infrastrutturale molto carente. Per questo è necessario si intervenga in modo integrato per adeguare strade, autostrade, ferrovie e strutture complementari.

Se vogliamo avere un ordine di grandezza dell’esigenza di mobilità delle merci e delle persone, e non solo delle imprese, consideriamo alcuni dati: la Lombardia è fra le 10 maggiori regioni europee quanto a PIL ed è la seconda in Europa, dopo il Baden Wuettemberg, per densità industriale; essa produce un terzo delle esportazioni nazionali, circa un quarto delle entrate erariali dell’Italia intera. In Lombardia vive il 16% della popolazione italiana, vi si concentra il 19% del totale della forza-lavoro nazionale (circa 4 milioni di persone). E ancora: la Lombardia cede insediato il 45% delle multinazionali operanti nel Paese (pari al 49% in termine di addetti), crea più del 20% del prodotto interno nazionale, produce il 19,8% dei laureati, contribuisce con il 34,1% alle spese private di ricerca e di sviluppo, ospita quasi il 60% dei mezzi di comunicazione (stampa, radiotelevisioni, on line).

Quanto al settore della mobilità, in questa regione transita un terzo del traffico merci italiano su gomma, mentre sul territorio milanese è localizzato l’80% delle piattaforme distributive delle imprese specializzate in trasporto conto terzi del Paese e sui terminali ferroviari dell’area di Milano si concentra più del 50% del traffico intermodale dell’intera rete italiana.

A fronte di questa realtà economica e sociale, sul territorio lombardo è localizzato solo il 9% della rete stradale nazionale e il 9,5% di quella ferroviaria e gli investimenti in opere pubbliche nei trasporti rappresentano solo il 10% di quelli nazionali.

Siamo di fronte, dunque, a una vera e propria sottodotazione di infrastrutture, in particolare di strade, ferrovie e attrezzature complementari, che provoca episodi gravi di disfunzione e, più in generale, un sovraccarico della rete esistente: per le imprese, di fatto, un aumento dei costi legati allo svolgimento dell’attività e per le persone un ostacolo a quella mobilità che è condizione indispensabile per uno sviluppo in termini di potenzialità produttiva, progresso culturale e sviluppo turistico del nostro territorio.

La misura di tale sotto dotazione è evidenziata dal 34° posto nella graduatoria europea che, in materia, la nostra regione ricopre secondo i dati dell’Annuario Italiano di Statistica (dati pubblicati qualche mese addietro, ma tuttora validi).

Per concludere vorrei dire che il potenziamento del Nord Italia (anche sul piano infrastrutturale), è la condizione imprescindibile per conseguire – attraverso il forte aggancio alla realtà internazionale che ne deriva per l’intero Paese – quella crescita economica che può dar luogo alle ricadute ridistribuite in grado di creare progresso e sviluppo anche nel Mezzogiorno.

 

“Il modello Svizzera per l’Europa”

settembre 12, 2008

 Articolo di Lino Terlizzi pubblicato su Il Sole 24 Ore dell’11 settembre 2008

sole-24-ore-1190800011